Archive for aprile 2010

LA VOCE DI GWEN

Dagli studi di Radio Gwendalyn (o più familiarmente Radio Gwen) di Chiasso, ogni Lunedi dalle ore 20.00 un'ora è dedicata alla diffusione della poesia in lingua italiana.

Si ascolta solo in Svizzera?
no, si ascolta via Web ovunque, collegandosi al sito www.radiogwen.ch (ed ora è on-line il sito totalmente rinnovato)

Il format prevede una prima parte, "La voce di Gwen",  dedicata ad una voce della poesia contemporanea con letture di testi alternati ad un percorso esplicativo sulla poetica dell'autore affrontato.

Seguono le rubriche "A parer nostro", consigli di libri di narrativa scelti dalla redazione e "A me gli occhi", consigli di libri di poesia per voce di svariate librerie del Cantone Ticino, interpellate appositamente.

 

Quando possibile, LA VOCE DI GWEN lascia lo studio e registra dal vivo, come è stato con Alberto Nessi o per la prima presentazione mondiale del nuovo libro di Laura Pariani "Milano è una selva oscura" uscito nel 2010 per Einaudi.

Ogni puntata è poi riascoltabile nella sezione Podcast ed ascoltabile ovunque, con disponibile una breve scheda informativa dell'autore, tutti i  libri affrontati, la tracklist completa dei brani musicali che accompagnano l'emissione e con i link attivi per una immediata lettura o ascolto per andare oltre oltre il confine della puntata. 

LA VOCE DI GWEN è la prima Web-radio  della svizzera italiana entrata a far parte della associazione ASROC (Association Suisse des Radios Online et du Cable ) ed è l'unico programma di diffusione della poesia in una Web-radio svizzera 

Ideatore e conduttore del format è Fabiano Alborghetti (www.fabianoalborghetti.ch ), poeta, critico e organizzatore di eventi culturali,

Co-conduttore è  Raffaele Sanna che firma la scelta degli intermezzi musicali nonchè dei volumi di narrativa presentati.

LA VOCE DI GWEN:
la poesia, in radio, come non l'avete mai ascoltata.

redazione@radiogwen.ch   –   contact@fabianoalborghetti.ch

www.radiogwen.ch

IN ALLEGATO COMUNICATO STAMPA, CON PREGHIERA DI DIFFUSIONE

per chi ha uno spazio web, è gradito l'inserimento nei Link come "La voce di Gwen"

ci scusiamo qualora aveste ricevuto questa comunicazione già in precedenza

“Il verso del moto” di Narda FATTORI. Nota di lettura.

Aprendo “Il verso del moto”, settima raccolta poetica di Narda Fattori, e scorrendone le pagine, si ha subito l’impressione, poi confermata, di un libro ben strutturato e curato sotto l’aspetto grafico: settanta componimenti senza titolo suddivisi in quattro sezioni – primo , secondo e terzo movimento, e movimento finale. “Una loro circolarità musicale”, indica il prefatore, “ è riconoscibile nel moto a spirale che dall’io poetico delineato nel primo movimento, carta d’identità con foto e storia personale, al plurale del secondo tra gli elementi e la parola, all’intersezione dei diversi piani del terzo, volto a sintetizzare i precedenti movimenti, muove nel quarto al ritorno al sé proiettato, tuttavia, nella sua dimensione ultima con l’acquisto di una cifra simbolica che eleva liricamente in crescendo tutta la raccolta. Movimenti che nascono dell’esperienza della vita elaborata in parola…”
“Dal grembo materno/si nasce una volta sola/così l’uomo muore e rinasce/per certificazioni di eventi/di incontri e di pene/e fa dei giorni una ricorrenza/di crepuscoli”. La prima poesia del libro preannuncia  una tensione e una postura, nel vigile e composto interrogarsi sul senso dell’esistere, di cui la raccolta esprime le varie declinazioni: “Siamo un accidente che il tempo/ha sostanziato in forma/con qualche differenza di genere”; “Siamo buchi di stringhe/e annodiamo il tempo/ a miriadi di eventi”; “E saremo la ciurma/su navate scivolose//e l’onda alta l’onda grande/ci strapperà l’urlo”; “Dentro pensieri pesanti/o calcaree concrezioni/siamo rimasti chiusi in antri/mentre vanno per fiere/musici e giullari/in marcia rasoterra/a coprire l’intero territorio”. Meditazione che si affida spesso alla natura, generatrice di metafore nel suo multiforme definirsi: “nel silenzio del tronco/a cui fida mi appoggio/scorgo fra le radici/l’intrico di parole ammonticchiate/non una logica di filamenti/che riporti al centro/mi manca il filo/per tessere il domani “. Del moto-movimento la letteratura è stimolo e viatico: “Sulla scrivania i libri restano/dissennate grafie/sapienze di menti che allenano/al dolore a questo dolore/nei giorni che hanno scialato/il sole e si affidano ai caloriferi”; “da margine a margine/sulla dirittura delle lancette/puntuto e puntuale/cerco il segreto delle parole/il luogo dove si incontrano/tutti i luoghi/e spalanco le braccia/per abbracciare insieme/tutte le nostre lame”; “mi suonano in gola sillabe e parole/cardellino sul cappello rattoppato/dello spaventapasseri.”; “le parole erano/un caldo cappotto/nel freddo residuale di un giorno/su cui hanno galoppato tempeste”; “Agire con le parole/è tornare a un’infanzia di grilli/ e le lucciole sull’aia di giugno…”. Le parole, dunque. Parole che evocano e richiamano luoghi reali e inventati, panorami dell’anima o quadri preordinati al discorso per metafore. Si disvela un Io poetico (“Donna mi stringo la bimba/la metto al riparo dal troppo/e non ho alcun desiderio/di altri orizzonti”; “Nei giorni parole d’amore e di fiamma/la bambina appoggiata al muro/ascoltava in silenzio ascoltava/e i suoi pensieri non facevano rumore.//Si modellò testarda e impaziente/crebbe in rivolta come una zolla/alla semina pronta/crebbe pietosa e fraterna/aveva un mannello di spighe/una passione mai spenta”) tra atmosfere occidue (“L’ombra degli assenti/nella penombra della sera/proietta forme scure/contro il soffitto bianco.” ; “All’orizzonte della mia sera/si sfilacciano bianchi cirri/strade senza meta/porte che restano chiuse…”; “I crepuscoli d’ottobre scendono/rapidi e scavano voragini/sotto le mura dove ridevano i ragazzi”) o di tenui, filtrate luci di paesaggi spesso emotivi (“Il gelo prende il sopravvento/e resto/un bagliore incistato nella notte/che giunge sopra vento/e mi sorprende senza fiamma.”; “Fuori la luce torva dei lampioni/non invita alla sosta”; “e amo questo cielo grigio/che promette acqua/contro l’arsura/delle mie bisacce vuote”); le atmosfere non di rado si fanno cupe (“il cielo è mal’aria/sopratraccia/particelle cancerose/maleficio di raggi bruni/un grande epitelioma/metastatico/nelle nuvole chiare.”; “All’altro capo del giorno/ronzano in gallerie oscure/a sciami le ore/e annodano le coronarie/in lacciòli per prede.”).
Dalla fitta tramatura delle liriche, dai versi tesi e controllati, il discorso poetico assume toni sommessamente interroganti, sapendo la dirompenza dei giorni e degli eventi, tra fede e disillusione, sogno di bellezza (“Non so dire che cosa/mi rincuori se il bocciolo/del pesco o un canto di mamma/cosa rincuori il mio cuore/se questa nuova preghiera/se questo amore che tace/e mi mette intorno la pace/la pace tutt’intorno.”; “Ho le mani gremite di preghiere/cadono se apro le dita/non voglio romperle dimenticarle/ma non le so dire/non a chi rivolgerle/se non al sole al miracolo/di una fioritura di pesco/alle api che sanno fare il miele”; “Ho cucinato e usato le mani/chissà, forse ho pregato.”), attraverso una parola che scandaglia mondi, fa “tornare a un’infanzia di grilli/e di lucciole sull’aia di giugno”. Ma a caratterizzare fortemente questa raccolta è anche uno sguardo acuto e partecipe sul nostro tempo, sulle miserie e le ansie di ogni giorno che ci allontano e, nel contempo, ci riavvicinano – attraverso la poesia – alla memoria o al sogno di un mondo migliore; a cui del resto non potremmo rinunciare (pur) sapendo che “Nessuno ci ha dato risposte/alle domande non poste”/…/”che “siamo a scavare la terra/per tesori che mancano.” (Giovanni Nuscis)

A schiena curva la vecchia Malvina
con le borse della spesa
vorrebbe un giaciglio di pace
e invece Lulù le si scaglia contro
abbaiando dietro il recinto

a casa l’aspetta il silenzio
dei morti per i requiem da dire
tutti in fila in foto
sulla mensola della credenza
con i bicchieri buoni
stira a suo figlio la camicia
e lui se ne va chissà dove va

e stira Malvina col televisore
acceso dove la telecamera
riprende la scena di una guerra qualunque
sul prato il morto ammazzato
nel vicolo la donna violata.

Si annida fra le grinze del volto
una lacrima come da destino
prescritto.

Altre poesie da “Il verso del moto”

*

Narda FATTORI
Il verso del moto
Mobydick (Faenza 2009)
Prefazione di Anna Maria Tamburini

25 aprile 1945

maifestaz_20dopo203020giugno

 

“F” come fascismo

“G” come guerra

“R” come resistenza
 

“Processo alla strega Cellina” di Celestina Masia

 donna dal contorno luminoso

“Processo alla strega Cellina”

atto unico

di Celestina Masia

Sabato 24 aprile
ore 18:30

Libreria Il Ribaltino

Via Muroni 9 Sassari

Roberto Saviano: uno, centomila, sessanta milioni.

Ce ne fossero di Roberto Saviano (vedi Repubblica Nazione Indiana ), per coraggio e lucidità di analisi, per quel suo (bi) sogno di  verità e di giustizia inarreso in questo Paese bello, per le innumerevoli bellezze naturali e artistiche, e dannato, per la sua insofferenza alle regole, e non solo; un paese che pure è stato capace (da Giustiniano alla Costituzione   repubblicana) di concepire la misura del giusto e dell’ingiusto, i limiti dei doveri e dei diritti dei suoi cittadini. Roberto Saviano è per ciò non solo lo scrittore di Gomorra, ma un’icona di questo sogno. Siamo in tanti  a sostenerlo perché interpreta ciò che ogni cittadino dovrebbe fare: prendere posizione, con coraggio e senza ragionamenti di convenienza riguardo a quelle che ritiene essere delle ingiustizie, piccole o grandi. La mafia, la camorra, la ‘ndrangheta sono solo le espressioni storicamente e mediaticamente più note di fenomeni criminali multiformi e talvolta, in parte, sfuggenti. In realtà meccanismi comportamentali analoghi caratterizzano anche quella condotta più generale e diffusa che definiamo malcostume (“Atteggiamento diffuso di mancato rispetto della legalità e della morale – Sabatini Coletti), vale a dire, l’avere o pretendere con furbizia e/o violenza ciò che non spetta perché appartenente o spettante ad altri (o a nessuno): un posto di lavoro, un appalto, una promozione, l’elezione o la nomina a un ente pubblico, un’autorizzazione, una licenza, un vantaggio, insomma, per noi o per i nostri parenti e amici; o l’impunità giudiziaria, a dispregio del principio di eguaglianza, cambiando le regole in corsa spacciandole per interesse generale del Paese; o l’impunità politica che non consente di fermare ed estromettere da un’istituzione nemmeno chi è colto con le mani nel sacco (reato o atto comunque incompatibile col ruolo rivestito), a meno che non si dimetta spontaneamente.
Avere e pretendere quello che non spetta, alla luce di valori e sentimenti diffusi, finisce per rendere la società ingiusta, sofferente e perennemente recriminante; la forza, la violenza e la spregiudicatezza impunite sono destinate a creare diseguaglianza crescente, per emulazione verso il basso. Difficile dire se, giunti a questo punto, sia possibile risalire la china. E’ necessario però capire, una volta per tutte, che certi comportamenti non sono innocenti né normali, perché contribuiscano a rendere ingiusto, forse, irreversibilmente ingiusto il nostro mondo. Urge perciò prendere coscienza, di questo, e posizione, assumendosi quella responsabilità civica ancora da inventare nelle sue possibili estrinsecazioni; chiave di volta, forse, per iniziare a incidere realmente sul nostro destino di comunità, condizionato evidentemente dalle nostre azioni di ogni giorno.
Grazie dunque a Roberto Saviano per esserci.

Da: “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”

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“La cultura non la si conquista nella servile fatica, essa è un dono della libertà e dell’ozio esteriore; non la si raggiunge, ma la si respira; per essa agiscono strumenti segreti, i suoi beni sono ottenuti ora per ora dalla misteriosa operosità dei sensi e dello spirito conciliabile con un apparente assoluto fannullonismo – e si può ben dire che essa tocca al prescelto nel sonno. Certo che per venire così plasmati bisogna essere di materia plasmabile. Nessuno afferra quel che già non possiede per nascita, e quello che ti è estraneo non lo potrai mai desiderare. Se uno è fabbricato in un legno scadente, non giungerà mai a vera cultura, mentre chi se ne è impadronito non ha mai conosciuto rozzezza. Difficilissimo è qui segnare una rigida ed equa linea di divisione fra il merito personale e ciò che si chiama favore delle circostanze.
[…] Di cose delicate ed imprecise si deve parlare con delicata vaghezza: per questo sia qui inserita un’ulteriore osservazione. Soltanto nei due poli dell’unione umana, là dove non vi sono più parole, nello sguardo e nell’abbraccio, può trovarsi la felicità, giacché lì soltanto esiste assolutezza, libertà, mistero e profonda assenza d’ogni riguardo. Tutto quello che nei rapporti umani sta frammezzo quei due poli è debole e tiepido, è determinato, deciso e limitato da formalità e convenzioni borghesi. Qui domina la parola, questo mezzo freddo e smorto, questo primo prodotto d’una civiltà mediocre, così estraneo alla calda e muta sfera della natura, tanto che si potrebbe affermare che già ogni parola è in se stessa un luogo comune.[…]

da: Thomas Mann – “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”
Mondadori (Gli Oscar)
Traduzione di Lavinia Mazzucchetti

Un sogno comune

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Mio padre aveva un sogno comune
condiviso dalla sua generazione…

(Storie di ieri – F. De André)

 

E’ triste pensare che non esista tra i tanti uomini della politica e della cultura un sogno e un progetto sociale capaci di guardare al futuro con rinnovata speranza, lasciando alle spalle storture e macerie; magari non facile da realizzare, che sappia contenere ideali di bellezza e di giustizia, a lungo calpestati, riscattando la rabbia e l’adrenalina versati sulla cronaca miserrima di ogni giorno, con estenuanti discorsi, convegni, tribune, manifestazioni. Continua a leggere