Archive for aprile 2011

“Poeti in assemblea” di Giovanni CAMPUS

poeti in assemblea

SE NESSUN DIO CI ASCOLTA

Ascoltatemi. Io credo

che non abbiamo ancora superato

una prova più alta

di coraggio. L’estrema solitudine,

l’ultimo vuoto, il nulla

che avvolge la fatica del poeta.

Perché se nessun Dio

sopra le nubi ascolta

queste parole umane, la tua voce

ricade nell’inutile silenzio.

Non rimane che un gioco

di sillabe, ogni ritmo

è sterile richiamo che accarezza

e illude sorridente i morituri…

Nulla pesano i versi tormentati

dei poeti, non contano

nulla davanti a Lui,

l’Assente.

Tutte le prove, le dimostrazioni

di quella sua famosa, incomprensibile,

divina provvidenza fatalmente

le insidia la falange

dei tarli roditori

del dubbio. Se c’è Auschwitz, non c’è Dio:

l’abbiamo udito tutti questo grido! 

Forse, allora, dobbiamo rassegnarci. 

Se Dio non c’è… dunque nessuno, mai,

nei deserti di gelo interminato

fra le galassie, muto, invalicabile

silenzio eterno, udiva

l’Adagio della Nona, la Canzone

del Salice, i corali appassionati

di Bach. Negli alti cieli

dove esplodono immense, solitarie

Supernovae nei giorni del Dies Irae,

nessuno intese l’alta fantasia

di Dante, la dolente

dolcezza di Virgilio, la sublime

semplicità di Omero. E il Budda, e Cristo,

e Maometto e Mosè furono eroi

generosi e illusi. Ogni preghiera,

ogni verso, ogni musica

è solamente vano

gioco, polvere, scherno…

Se Dio muore per sempre, quale artista

mi consola? Ogni canto

tace, non dà speranza la Pietà

scolpita da un divino Michelangelo

venticinquenne… (forse solamente

i suoi Prigioni, chiusi dentro il marmo,

mi ascoltano, in silenzio).

Se nessun Dio ci ascolta

sopra le nubi, un volo disperato

sono i grandi poemi, e gli infiniti

poeti di ogni tempo

affollano, esaltati, interminabili

pianure, dove sembra

che parlino da soli… Non c’è nulla

più da scrivere, ormai. Taci, poeta.

puoi solamente dire:

“Se Dio non c’è, è colpevole: la colpa

più grave, non esistere”.

Eppure, insopprimibile, rinasce,

nel profondo di te, l’altra risposta.

Anche se Dio non c’è, quale conforto

più nobile di un gesto

d’amore fra le nostre solitudini?

Ricordate il sorriso luminoso

di Charlot che ritrova la fioraia

che una volta era cieca, fra le luci

della città? Perfetta

letizia, solo paga di sé stessa.

Gesto d’amore sempre è la poesia,

mistero irriducibile che vive

dentro il cuore dell’uomo, orma segreta

di quel Dio che cerchiamo, prova certa

del suo passaggio fra di noi. Resisti,

dunque, poeta. Come il vecchio cane

Argo, caro ad Ulisse, logorato

dagli anni, emarginato dai potenti,

rimani ancora, tu, resta in ascolto

di quella voce, di quel passo. Forse

quello che attendi, il tuo signore, forse

è vicino. Poeta, non arrenderti.

*

Giovanni CAMPUS

Poeti in assemblea

EDES – Editrice Democratica Sarda (Sassari, 2010)

(Collana La Biblioteca di Babele)

*

“Siamo in un’epoca in cui, più o meno esplicitamente, dedicarsi alla poesia viene considerato spesso una attività improduttiva, inutile, ingenua, ed è oggetto, quindi di malcelata sufficienza, se non proprio di sopportazione, di impazienza, o addirittura di derisione”, sostiene tra l’altro Giovanni Campus nell’intervista che introduce la sua ultima raccolta poetica “Poeti in assemblea”. Un lavoro che vuole testimoniare in forma poetica il senso e la ragion d’essere della poesia, considerato che “…siamo tutti poeti,/che siete tutti poeti, nel senso/che siamo e siete tutti esseri umani,/ e l’uomo è un animale poetico,/e non soltanto politico – come diceva Aristotele -/e il segno che distingue la nostra specie/dalle altre di questo pianeta/non è la tecnica, non è la politica,/non è nemmeno la guerra,/ma è proprio la poesia, l’arte, la musica,…”

Una raccolta dunque di metapoesia, con componimenti di varia misura e datazione, alcuni già pubblicati. Il primo testo, un poemetto proemiale, Poeti in assemblea, immagina una discussione tra i poeti sulla crisi della poesia e sull’esigenza di rinnovamento; e si richiamano i versi di Domenico Gnoli (“Giace anemica la Musa/sul giaciglio dei vecchi metri:/a noi, giovani, apriamo i vetri/rinnoviamo l’aria chiusa…”). Discussione in cui poeti che si avvicendano esprimono i loro punti di vista sulla poesia ”…la vera poesia deve torturare,/deve scavare, ardere,/e rendere l’anima incandescente,/e rivelando, infine,/che cosa potrebbe essere l’umanità/se voi e noi, tutti insieme, poetassimo,/costringendo ogni grande ideale/ad incarnarsi, puro/dal sangue e dalla sopraffazione,/costringendo a farsi storia,/costruendo un mondo nuovo,/migliore di tutte le utopie,/costringendo il grande Platone a riconoscere/che doveva dare il potere ai poeti/nella sua repubblica!”). I testi che seguono offrono ognuno aspetti della multiforme natura del poeta (giovane, zingaro, muto, cieco, timido etc.) e della poesia, soffermandosi anche sul ruolo del critico: “E il critico, il famoso/e rispettato critico, non faccia/cassa di risonanza, non si senta/un pontefice massimo, ma resti/più di tutti in ascolto, e parli solo/se gli sembra di udirla, quella voce,/e distinguerla in mezzo al gran vociare/rumoroso, indistinto, del marasma/letterario – ai confini d’ignoranza/e vanità, e follia -/dei sentimentalismi o raffinati/cupi intellettualismi,/o solamente astuzie per far soldi.” Il libro è dunque un’ampia e variegata riflessione in versi tra realtà e viaggio a ritroso, tra sogno e disillusione: “In certi giorni, se mi guardo intorno,/sono tentato dal silenzio. Inutile/scrivere, se nessuno legge. I tempi/non ti sono propizi. Dovevamo/scegliere un altro secolo, per nascere,/non questo panorama di cespugli/assetati, che tolgono il respiro/agli alberi che cercano la luce.” (Horror vacui); “Ho il timone inchiodato ad una fede:/che nulla in questo mondo si distrugge/del bene che facesti, e che resiste/al di là d’ogni assedio/beffardo, arido, ingrato./Nutrite da radici/invisibili, arcane,/fra tante inenarrabili macerie/dormono gemme innumeri – sepolte/sotto la neve e il fango della storia -/d’innocenza ferita, di giustizia/offesa, sopraffatta, ed infiniti/pensieri, opere, gesti/ribelli, volti a sollevare il peso/greve, opaco del male,/a rompere la tenebra tenace.” (Rileggendo i miei versi); “Poesia/non è contemplazione solitaria,/ma vive solamente se tu cerchi/nel silenzio l’ascolto/dei tuoi simili, uniti alla tua sorte/umana: ogni parola/dentro di te sofferta,e misurata/nel canto, è pura offerta/d’amore che fruttifica lontano/nel tempo.”; “tu che volevi veramente/l’immaginazione al potere,/quella mattina tu, alzandoti,/t’accorgesti, d’un tratto,/d’esser rimasto solo a marciare,/mentre già tutti, o quasi tutti, intanto/già s’erano seduti,/attorno a te, dietro di te, nell’apparato/efficiente, nella nuova burocrazia,/nella routine quotidiana, nella grigia/normalità del sistema.” (processo a Majakovskij).

La discussione tra i poeti giunge infine alla conclusione: “Ognuno è andato via, portando con sé il peso della sua prosa e della sua poesia. La prosa dei suoi problemi pratici, la poesia delle sue speranze, o delle sue utopie. […] Sfortunato quell’uomo che nella sua fatica terrestre non sentisse il bisogno del canto, suo o di altri; sventurato e destinato ad appassire quel mondo dove si fosse inaridita o spenta, nelle stagioni della sua storia, la voce della poesia.” “Prosa avara del vivere, ne leggi/ogni giorno una pagina. Tu stesso/Devi aggiungere i versi, per resistere.” (Epilogo) gn

*

Giovanni Campus, nato in Romagna, a Cervia, nel 1930, da famiglia sarda, dopo l’infanzia trascorsa fra Romagna e Toscana (nel Casentino), compie gli studi in Sardegna, laureandosi a Cagliari in Lettere Classiche con una tesi sul Problema della morte nei Ricordi di Marco Aurelio. Ha insegnato a lungo nei licei. Vive a Roma. Ha sempre svolto intensa attività pubblicistica su quotidiani e riviste specializzate, sia nel campo letterario sia come critico cinematografico.

Dopo le prime Undici poesie (in Ichnusa, segnalate nel 1960 al Premio Cervia), ha pubblicato Salmo notturno (Laterza 1983, entrato nella terna finale del Premio Viareggio Opera Prima 1984), Mediterranee (Edes 2003, vincitore nel 2004 del XIX Premio di Poesia “Giuseppe Dessì”) e Quotidiane (Edes, 2007).

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BUONA PASQUA!

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Il giorno dopo il sabato…

 

(Di primo mattino)

-Maria!

-Rabboni

-Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre.

 Va’ a dire ai miei discepoli che salgo dal Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio   vostro.

 

[Da "Il vangelo secondo Giovanni" (Mondadori, 1958) Traduzione di Salvatore Quasimodo]

“Vivalascuola. E’ sufficiente un professore – uno solo! – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri”

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Tutti quanti, ogni mattina, allo squillare della campanella, dopo aver varcato la soglia della loro scuola, si tolgono il soprabito e il loro bagaglio di idee, giudizi, pregiudizi, gusti e disgusti, ed entrano in classe armati solo del loro registro e della loro preparazione, per “accendere un fuoco” nei loro ragazzi, come diceva Yeats, e aiutarli a conseguire “virtude e conoscenza“. Diversamente, non sarebbero insegnanti, sarebbero degli agit-prop. Ci saranno anche delle pecore nere e delle pecore rosse, ma la stragrande maggioranza è così. (Francesco Anfossi)

QUESTA E' STATA ED E' LA SCUOLA PUBBLICA, CHE QUESTO GOVERNO STA CERCANDO

DI DISTRUGGERE A VANTAGGIO DI QUELLA PRIVATA

(LEGGI QUESTO POST SUL BLOG LA POESIA E LO SPIRITO

E GLI ALTRI POST  DELLA RUBRICA "VIVALASCUOLA")

“L’ultima difesa” di Massimo Giannini

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LA TRENTOTTESIMA legge ad personam appena varata dalla Camera è l’espediente giuridico per un imputato eccellente, ma anche il ricostituente politico per un centrodestra agonizzante. Rianimato dall’atto di forza imposto al Parlamento, il presidente del Consiglio può rilanciare la fase che gli è più congeniale: quella del berlusconismo “da combattimento”.

Non basta il via libera sulla prescrizione breve che lo può salvare dal processo Mills, ottenuto da un’aula di Montecitorio militarizzata dai capigruppo forzaleghisti e svilita dalla compravendita dei “responsabili”.  Non basta il dissennato disegno di legge sul “processo lungo” che lo può proteggere dalle sentenze su Ruby, Mediaset e Mediatrade, e che nel frattempo i “volonterosi carnefici” del premier stanno portando avanti al Senato con sprezzo assoluto dell’armonia ordinamentale e dell’economia processuale. Non basta la falsa “riforma epocale della giustizia” che il Guardasigilli Alfano gli ha confezionato, per punire i magistrati, per ingannare l’opposizione politica e per distrarre l’opinione pubblica. Il premier annuncia già la prossima battaglia. Vuole anche la legge-bavaglio, cioè la norma che limita drasticamente l’uso delle intercettazioni.

Non c’è limite a questa offensiva di primavera che ci accompagnerà fino alle prossime elezioni amministrative, tra un Parlamento trasformato nella Fortezza Bastiani del deserto dei tartari e un Tribunale di Milano trasformato nel palcoscenico di un predellino permanente. Berlusconi combatte perché vuole durare. Per questo non fa prigionieri.

Il premier non ha più dalla sua la politica: il governo non esiste, su nessuno dei fronti caldi della fase. Si alternano solo confusione e improvvisazione, dall’emergenza dei profughi all’esigenza delle riforme, dalla politica estera alla politica economica. L’unica “missione” visibile è la stessa da ormai diciassette anni: salvare il soldato Silvio dai suoi guai giudiziari. Per questo il capo del governo non esita a portare l’attacco al cuore dello Stato, delle istituzioni di garanzia, dei giudici.

Ma il premier ha ancora dalla sua l’aritmetica: la maggioranza è inchiodata a quota 314, lo stesso numero con il quale riuscì a respingere la mozione di sfiducia contro il governo presentata dai futuristi finiani il 14 dicembre e quella contro l’ex ministro Bondi presentata dal Pd il 26 gennaio. La fatidica quota 330, più volte evocata, resta una chimera. La coalizione è sfibrata dalla sua inettitudine operativa e lacerata dalle cene di corrente. Ma resiste, nonostante tutto. Nella sua metà campo, conta sulla precettazione forzata di ministri e sottosegretari. Nel campo avverso, si giova della defezione segreta dei franchi tiratori.

“Forte” della sua inconsistenza politica e della sua sufficienza numerica, Berlusconi non si rassegna al suo declino. E va fino in fondo, nel suo disegno di destrutturazione del sistema e di costituzionalizzazione della sua anomalia. La prescrizione breve è solo l’ultimo dei tanti, salatissimi “prezzi” che fa pagare agli italiani, per proteggere se stesso. Ma su questa ennesima legge-vergogna, o “amnistia permanente” secondo la definizione delll’Anm, sono ora accesi i riflettori del Quirinale. Le parole che il presidente della Repubblica ha pronunciato ieri, da Praga, sono chiarissime: “Valuterò i termini di questa questione quando saremo vicini all’approvazione definitiva in Parlamento”. In quel “valuterò” non c’è l’annuncio di un’iniziativa specifica e preventiva sul disegno di legge che ora passa all’esame del Senato: né una bocciatura anticipata, né una moral suasion riservata. Napolitano si limita ad avvisare governo e maggioranza che esaminerà con particolare attenzione i contenuti ordinamentali e i profili costituzionali del testo, come prevedono le prerogative che l’articolo 87 della Carta del ’48 gli riserva in materia di promulgazione delle leggi.

Il capo dello Stato, prima di firmare quel provvedimento, valuterà a fondo i suoi effetti. Avrà un precedente giuridico importante, sul quale parametrare la legittimità dell’attuale prescrizione breve: la legge ex Cirielli varata nel 2005 dallo stesso governo Berlusconi, che ridusse i termini della prescrizione con effetti retroattivi su tutti i processi pendenti, compresi quelli in Cassazione. Altra norma ad personam: allora per il Cavaliere c’erano in ballo i processi “toghe sporche”, Sme e Imi-Sir. Altra forzatura delle regole: allora vi si opposero prima il presidente della Repubblica Ciampi (che pretese correzioni al testo in corso d’opera) e poi la Corte costituzionale (che giudicò parzialmente illegittima la legge). Oggi il precedente della ex Cirielli (che ha molte analogie con il caso del ddl Paniz) potrebbe avere un peso assai rilevante, nelle valutazioni di Napolitano. Il Quirinale, opportunamente, ha smesso da tempo di usare lo strumento della moral suasion, che presuppone la “leale collaborazione” tra le istituzioni.

Nei prossimi giorni tutto è dunque possibile. Il capo dello Stato saprà decidere per il meglio, come ha sempre fatto in questi anni difficili di “coabitazione all’italiana” con Berlusconi. Napolitano saprà come difendere i principi dello Stato di diritto, di fronte ai colpi di quello che i suoi cantori si ostinano a chiamare, simpaticamente, “il giocoliere galante”, per occultarne la spinta destabilizzante. Si può “giocare” con tutto, ma non con la Costituzione della Repubblica italiana

Da: Libertà e Giustizia

L’assessore che Dio lo perdoni…

mia figlia follia

Vi invito a leggere questa vicenda paradossale accaduta all'amica scrittrice Savina Dolores Massa, emblematica della schizofrenia dei tempi, in cui è cosa buona e giusta che un premier mantenga il suo harem di prostitute, che le tivù pubbliche e private siano la fogna che sono, che le alte gerarchie ecclesiastiche accondiscendano a ciò senza, invece, tuonare e buttare fuori dal tempio i responsabili politici, e baciapile, di questa deriva etica, di questo impoverimento crescente della società a vantaggio dei soliti noti. Buoni a nulla, sosteneva Longanesi, ma capaci di tutto. Eppure, non ostante ciò, un assessore alla cultura, da bravo benpensante, si fa vindice della virtù risparmiando a una classe di adolescenti la (rap)presentazione di un romanzo (Mia figlia follia), tra i più belli o originali mai scritti in Sardegna, reputandolo in qualche pagina "osceno" e dunque inadatto per lo loro anime candide. Dopo che un'operatore culturale aveva già da tempo preso accordi con l'autrice, dopo che era stato concordato il lauto rimborso spese di trenta euro…  

Piena stima e solidarietà all'amica Savina.

http://savinadoloresmassa.splinder.com/post/24420784#comment 

Sebastiano AGLIECO “Radici delle isole” – I libri in forma di racconto

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“Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un saggio letterario. Non si discute alcuna teoria. Si indica, piuttosto, un compito: il racconto dei libri, degli incontri che li hanno preceduti e accompagnati, come ci cercano e ci accompagnano le presenze nel corso dei nostri anni”. “(Il libro) è dedicato al lettore: un lettore responsabile, che sa leggere con libertà, che costruisce le sue parole intorno ad altre parole, alimentandole della fiducia del senso e riportandole al duro cemento.”

Radici delle isole di Sebastiano Aglieco (La Vita Felice, Milano 2009) è dunque ben più di una raccolta di scritti – saggi, recensioni, note di lettura; è una riflessione ininterrotta sulla scrittura, sulla vita, sui libri letti, con l’impiego d’una prosa intensa e poetica. Ed è questa la ragione della sua attualità, a distanza di due anni dalla sua uscita, della sua probabile tenuta nel tempo. Un libro profondamente etico: “Meglio un poeta in meno se egli si fa servo del mondo, dei suoi riti millenari di morte e asservimento.” “Scrivere è, per me, una specie di esercizio spirituale. Cerco di scrivere tutte le mattine, con la stessa regolarità con cui si pronunciano le preghiere.” “Spezzare i legami coi padri e coi fratelli. Essere autenticamente liberi. E’ l’unico modo per fondare un giudizio che non debba più niente a nessuno.” Anche se “Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri.”, dice Tzvetan Todorov richiamato dall’autore.

Emerge da questo libro una fisionomia del poeta: “Noi non siamo i tappeti della modernità. Siamo una stanza, una piccola stanza grigia e spoglia, con una sedia. Noi offriamo il silenzio necessario che la modernità rifiuta.” La poesia, però, “non è il mondo e non deve coincidere col mondo. Il mondo è il suo campo di battaglia, non può allearsi col mondo. Poesia è coscienza del mondo. E’ il mondo che si pensa. E’ il grande Narciso pensante e senziente che la modernità ha cancellato, riducendo il suo sguardo a moncherino, a protesi di se stesso. Se questo sguardo coincidesse con il mondo, totalmente, sarebbe condannato ad annegare come il Narciso moderno.” Perché “alla poesia compete il rischio necessario del dichiarare, che è cosa diversa da ricostruire dei fatti.” Anche se “La parola è condannata a tornare ai suoi ranghi, alla preghiera quotidiana. Gli occhi ciechi devono guardare, percepire con prepotenza i pochi lacerti di luce se non vogliono annegare nell’illusione che il mondo è solo ciò che si vede. Perché non può esserci distanza tra le parole e le cose.” “Vorrei parlare dell’ombra come del luogo in cui le cose si formano; ma anche del luogo in cui le cose, le parole, decidono di abitare per ritegno, in onore della sottrazione. /…/ Una poesia che si espone alla piena luce è condannata a bruciarsi. /…/ e quando si compie il passaggio necessario del mostrarsi, del venire avanti, al poeta non spetta più il giudizio; al poeta è dato solo il tempo del morire un poco. Ogni poeta, è vero, conosce una solitudine tutta particolare che gli deriva dalla convinzione di avere creato qualcosa di assoluto; assoluto per sé, prima che per gli altri, quindi autenticamente tragico; esposto, nudo. E’ questo atto inaudito della creazione che ci autorizza a chiedere il pegno dell’attenzione. Prima del rientrare, prima dell’esporsi nuovamente all’ombra, questa attenzione da parte degli altri è dovuta.”

Si parla di poesia, che mai prescinde dalla dimensione umana e terragna dello scrivere, e cosmica, del vivere: “Scrivere è un peso, non un passatempo. E’ duro scontro con la pietra viva delle nostre ossa. Quando un poeta muore ci consegna il dono dell’incompletezza. Sta a noi proseguire da dove egli si è fermato. […] Un elenco telefonico di nomi che mai si leggeranno, persi nell’indifferenza e nel silenzio, sacrificati per uno solo di loro, in nome di un atto antico come il mondo: occorre che tanti muoiano perché uno sia salvato. Piccole afasie, sviste, slittamenti, dimenticanze: sono gli atti di chi legge: omertà della Storia, vigliaccheria della Storia.” Cosa è in fondo la grandezza? “I grandi sono dei gran bastardi. Prendono senza dire. Hanno bisogno di fagocitare per diritto a esistere. In questo modo noi santifichiamo la violenza del mondo, autorizziamo il metodo, le epurazioni della Storia. I veri grandi si spogliano, rimangono nudi e si fanno guardare: “Sono tutto qui. Mi vuoi?” Il compito della poesia allora è anche: “essere nel tempo, all’altezza del tempo, pena il silenzio. Essere luogo e fiato. Lacerarsi nell’impoetico. Accettando il tempo, accetto di morire, accetto di essere divorato con tutte le mie parole. Accetto di non essere potente.” Allo stesso tempo “scrivere poesie presuppone il gesto della consegna, che è dono nella gratuità, e investe il lettore di un compito. […] La scrittura è ancora atto del graffiare sulla materia sensibile, dello sporcarsi le mani nei segni e disegni incisi nel grande libro dove la foglia, il foglio e il figlio sono la stessa cosa. La scrittura è transeunte: permette il passaggio e non rimane, ma rivive, nell’urgenza del nostro tempo, del nostro essere qui, ora.” Un gesto della consegna non isolato, ma dentro un percorso infinito di dono e restituzione: “Io chiamo te, lettore, nella trama della mia storia che può esistere solo perché un altro lettore ha aperto la porta, ha permesso che io entrassi. Il testo, quindi, ci chiama al compito di rievocare – nel tempo presente che infinitamente si ripete e chiede senso – un nome.”

Sebastiano Aglieco è un maestro, un maestro vero, e speciale, per sensibilità e cultura, la cui didattica non potrà mai trovarsi in un programma ministeriale: “Ciò che si ottiene, insegnando, non è certamente quello che i professori pretendono e prevedono. Insegnare vuol dire leggere nell’altro la propria sete, la propria perdita. Insegnare, oggi, vuol dire abitare lo stato di precarietà insito nel divario tra la richiesta di una prestazione sociale – il contratto che l’insegnante firma davanti alla comunità – e il viaggio solitario negli abissi dell’anima. Senza reti di protezione e senza conforti. Anzi, assumendo spesso il ruolo di un guerriero compassionevole. Perché solo il guaritore ferito può guarire.”

Il libro racconta le opere di novantuno autori italiani contemporanei, un lavoro ragguardevole ma senza azzardo di antologizzazione; che non vuol essere neppure “la stesura di un catalogo di giudizi”; bensì il tentativo di “una mano gentile e acuta che conduca i poeti e la poesia verso la propria chiarezza.”: per “l’obolo che dobbiamo quando qualcuno ci parla”.

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Sebastiano AGLIECO

RADICI DELLE ISOLE

I libri in forma di racconto

La vita felice (Milano, 2009)