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“Mia figlia follia” di Savina Dolores MASSA

mia figlia follia

 “Ad essere stupidi si comanda il mondo e conto non se ne dà a nessuno, né di sbagli, né di meriti.” Maddalenina, la protagonista del secondo romanzo di Savina Dolores Massa, edito da Il Maestrale di Nuoro, è una minorata psichica, una reietta dalla comunità in cui vive. “Di bassa statura, vecchia e ossuta, gli occhi a fessura per una miopia che lei non sapeva essere un difetto correggibile della vista, un paio di scarpe deformi quanto chi le calzava” decide al compimento del cinquantesimo compleanno di generare una figlia. Non uno, ma tre coloro che dovrebbero fecondarla: Graziano Lucente, rampollo di una famiglia di notabili locali, Quirico Malannata, agricoltore e allevatore, Rocco delle Spezie, un insegnante. Nessuno dei tre potrà però fecondarla, “non uno che ha perso i genitali per disgrazia, non un ragazzino che ancora non si conosce il membro eretto, non un vecchio omosessuale, che a parte il suo rifiuto per le donne, immagino conservi il proprio contenuto di mutande assieme ad abbondante naftalina”. Ma il ventre di Maddalenina prende però a gonfiarsi; si scoprirà più tardi, per un tumore intestinale, come ne “L’inganno” di Thomas Mann.

La storia si svolge in un tempo e in un luogo indefiniti, ma non del tutto, per chi conosce luoghi e personaggi dei luoghi. Il racconto è percorso da un dialogo costante con Maria Carta, un’anziana guaritrice, muta: dunque, non propriamente un dialogo ma l’interlocuzione con un’alterità che potrebbe definirsi memoria comunitaria, che si dipana lentamente compattando una sorta di tessuto connettivo della storia. O meglio, delle storie, robustamente descritte che s’intrecciano esplodendo, da ultimo, come bengala nella nera notte dell’epilogo imprevisto del romanzo, di cui non diremo.

Una storia, come in Undici – precedente romanzo dell’autrice – che non racconta di un’umanità baciata dalla fortuna e del successo, ma di quella ai margini, miserabile, imperfetta e respingente. Deandreianamente, del resto, è “dal letame (che) nascono i fiori”. Eppure proprio quel fondo creaturale che tutti accomuna, negli istinti (“E’ possibile che l’istinto sia l’unico sentimento sincero, fra i tanti esistenti?”) e nei sentimenti, sa renderci partecipi delle vite e dei destini dei protagonisti, della loro sofferenza e disillusione, dell’immancabile declino della parabola esistenziale.

La scrittura è uno dei punti di forza di questo romanzo, con la sua affabulazione giocosa e godibile, la fluidità del dettato, l’originalità e forza descrittiva; ne avvertiamo la distanza da certo immaginario scontato e prevedibile, dalla povertà sintattica che contraddistingue molta narrativa seriale. Uno stile maturo e sicuro, insomma, anche nell’azzardo inventivo. (gn)

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“…Mi erano rimaste lenticchie di ieri, e quelle ho mangiato oggi. Poi sono uscita a passeggio, ché la bambina deve abituarsi al brutto tempo e a prendere aria sempre. Quando è uscito in cielo le ho detto, Guarda che bello l’arcobaleno amore di mamma, ma non lo so cosa ha visto perché ho pensato, dopo, Cosa ne sa la bambina chi è un arcobaleno, mi ero dimenticata di indicarlo con il dito. Magari ha visto il cane che mi stava facendo compagnia e ha creduto fosse quello, Arcobaleno. Sono stata bene, in giro, nessuno mi ha detto, Vattene a casa. Non mi piace quando c’è troppa gente e io ho quella speranza che qualcuno non mi dica, Vattene a casa, ma mi dica, E come stai Maddalenina? Vieni a casa a farmi una visita, Maddalenina. Uno di questi giorni passo da te a bere il caffè e a guardare i tuoi celtrini, Maddalenina. Molte persone camminano sempre a due a due, io, quando piove, non ho neanche la mia ombra appresso. Sto bene se mi vedo doppia in qualche vetro, mi passa un po’ il mal di cuore che non ho capito perché mi viene, quando sono in giro, il mal di cuore. Tu credi che dovrei dirglielo al mio dottore, di questo mal di cuore?”

 

Savina Dolores MASSA

Mia figlia follia

Edizioni Il Maestrale (Nuoro, 2010)

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Savina Dolores Massa, di Oristano, scrive poesie, racconti, romanzi, teatro, canzoni. Finalista al premio letterario A. Gramsci ed. 2006, e al Premio Letterario Calvino 2007 con il romanzo Undici, pubblicato dalla casa editrice Il Maestrale.   Finalista o vincitrice di numerosi premi letterari, tra i quali: Premio La città dei sassi a Matera – sez. Poesia; Premio Marguerite Yourcenar; Premio internazionale di Poesia città di Procida; etc.) . Suoi lavori sono recentemente stati pubblicati nella rivista El Ghibli, rivista online di letteratura della migrazione. Dal mese di settembre 2010 è in libreria il suo ultimo romanzo Mia figlia follia (ed. Il Maestrale).

Fondatrice, assieme al musicista Gianfranco Fedele e all’attore Alessandro Melis, della Compagnia Teatro Jazz Hanife Ana con la quale ha messo in scena numerosi lavori, tra i quali 1+1 (che odore può avere un disegno), tratto dal romanzo Undici; Mi sono visto di spalle che partivo – omaggio alle cattive strade di Fabrizio De Andrè; Ti darò notizie di una rosa – dalle lettere di Antonio Gramsci; il monologo “È nata ‘na creatura”, tratto dal romanzo Mia figlia follia.

Attiva nell’Associazione Culturale pARTIcORali della sua città.

Cura il Blog d’arte Ana la Balena.

Amante della tradizione poetica orale, il suo lavoro sulla voce nasce dall’incontro con i registi Marco Parodi e Mario Faticoni, dei quali è stata allieva negli anni 2004, 2005, 2008.

Del dono della scrittura ringrazia la vita che ha vissuto.

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Da: “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”

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“La cultura non la si conquista nella servile fatica, essa è un dono della libertà e dell’ozio esteriore; non la si raggiunge, ma la si respira; per essa agiscono strumenti segreti, i suoi beni sono ottenuti ora per ora dalla misteriosa operosità dei sensi e dello spirito conciliabile con un apparente assoluto fannullonismo – e si può ben dire che essa tocca al prescelto nel sonno. Certo che per venire così plasmati bisogna essere di materia plasmabile. Nessuno afferra quel che già non possiede per nascita, e quello che ti è estraneo non lo potrai mai desiderare. Se uno è fabbricato in un legno scadente, non giungerà mai a vera cultura, mentre chi se ne è impadronito non ha mai conosciuto rozzezza. Difficilissimo è qui segnare una rigida ed equa linea di divisione fra il merito personale e ciò che si chiama favore delle circostanze.
[…] Di cose delicate ed imprecise si deve parlare con delicata vaghezza: per questo sia qui inserita un’ulteriore osservazione. Soltanto nei due poli dell’unione umana, là dove non vi sono più parole, nello sguardo e nell’abbraccio, può trovarsi la felicità, giacché lì soltanto esiste assolutezza, libertà, mistero e profonda assenza d’ogni riguardo. Tutto quello che nei rapporti umani sta frammezzo quei due poli è debole e tiepido, è determinato, deciso e limitato da formalità e convenzioni borghesi. Qui domina la parola, questo mezzo freddo e smorto, questo primo prodotto d’una civiltà mediocre, così estraneo alla calda e muta sfera della natura, tanto che si potrebbe affermare che già ogni parola è in se stessa un luogo comune.[…]

da: Thomas Mann – “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”
Mondadori (Gli Oscar)
Traduzione di Lavinia Mazzucchetti

“Acasadidio” di Giorgio MORALE

“Ogni opera è un pezzo di mondo, un tessuto di relazioni e domande che diventa testo”, premette Giorgio Morale alle sue parole di ringraziamento che completano il volume. Parole che chiariscono, certo, il canone prescelto e le ragioni del suo scrivere, ma che paiono soprattutto confermare, a lettura ultimata dell’opera, la sua distanza dalla moltissima narrativa destinata all’intrattenimento e al successo di pubblico, piuttosto che rispondere ad un’urgenza espressiva e testimoniale. Sono uno di quei lettori che non leggono per passare il tempo ma per apprendere, possibilmente, qualcosa, cercando in una storia bellezza, originalità, acutezza di sguardo sul mondo e sull’uomo. E proprio l’acutezza e persuasività di sguardo – dentro la finzione letteraria – mi sembrano qualità preminenti in questo romanzo esemplare di Giorgio Morale, restitutivo di verità, appunto, piuttosto che di una bellezza che sorvola o pervade le pagine ma senza mai sporcarsi con le cose di questo mondo; bellezza a cui si può giungere, comunque, per reazione, dopo avere attraversato le lande desolate del quotidiano disincanto; l’abbrutimento è spesso inconsapevole in chi lo subisce; ma quasi mai disgiunto dal cinismo di chi lo crea o favorisce: “…Perché le persone sono così: come le tratti, diventano”, si annota nella seconda pagina dell’opera; a cui noi aggiungeremmo, parafrasando, a libro richiuso: “perché le persone sono così, e come gli consentiamo di fare, diventano.”
Non vi è dubbio: dove vi è denaro, facile o da rendere tale con qualsiasi mezzo, lì accorrono furbi, faccendieri e malavitosi, singoli o associati in sodalizi storici o estemporanei, in coppola o in gessato. Ed è solo questione di stile, di entrature, di contesti propizi. Ecco allora che anche la necessità di assistenza e di lavoro di un extracomunitario si fa “risorsa” preziosa, come si racconta in questo romanzo; ed ecco come la cattiva coscienza collettiva si alleggerisce, elargendo cospicui finanziamenti pubblici per una “buona causa”, perpetua nel contempo l’antica prassi clientelare elargitiva di favori e di denaro ad amici e servi; nel romanzo, questo avviene attraverso un’associazione di volontariato che si occupa del collocamento degli extracomunitari, gestita da un direttore intrallazzone e narcisista supportato da una vicepresidente factotum; e da una schiera di volontari sfruttati e malpagati costretti, per giunta, a sorbire le quotidiane vanterie e miserie del capo, quintessenza delle italiche “virtù”; e della faziosità, dei capricci e delle perfidie della bulimica vicecapo. Il romanzo si cala perfettamente nel nostro tempo, nella Milano “non più da bere” ma da suggere e sbocconcellare accortamente, con nuovi stili, nel suo corpo sociale ed urbano in continua e rapida trasformazione; una metropoli, al pari delle altre, fluida e spesso invisibile persino a sé stessa, arcipelago policromo di microcosmi più o meno interagenti. Della piccola comunità che ruota intorno all’associazione, l’autore delinea caratteri con pregi, difetti e contraddizioni, con occhio puntuto e obiettivo; dalla rassicurante superficie dei discorsi e delle azioni egli fa spuntare ed affiorare le magagne retrostanti e sottostanti, come quando parla del collegio dove ha studiato Teresa, una delle volontarie del Centro, delle ipocrisie dei licenziosi gestori e della sua stessa famiglia, preoccupata più dell’immagine pubblica che del bene della figlia.
Quadri precisi e sintomatici di un insieme complesso e indicibile – attraverso una mimesi selettiva ed espressiva della realtà che si rappresenta – troviamo dunque in questo lavoro dalla scrittura pulita e precisa, dall’ironia mai dimentica dell’ethos di un mondo possibile e auspicabile. (gn)

Giorgio MORALE
Acasadidio
Manni, 2008

“Un dolore senza fissa dimora” di Adriana Libretti. Recensione di Pasquale VITAGLIANO

A Libretti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adriana Libretti, Un dolore senza fissa dimora, Atì Editore, Milano, euro 15,00

Ci sono persone che mettono le cose a posto, anche senza volerlo. Nella propria vita e in quella degli altri. Senza fare grandi cose, in modo talvolta neppure percettibile in apparenza. Angela Fiori è una di queste. Lo è così tanto da trasformare un terribile e rimosso amore molesto nella struggente storia di un padre perduto e ritrovato. Riscoperto, malgrado un dolore segreto e indicibile. Un dolore nato senza fissa dimora, che però Angela riporta a casa, dove placarlo nell’abbraccio caldo di uno strappo esistenziale ricucito, di una vita pacificata.
Il sogno ricorrente di Angela è di stringere tra le mani una gabbia di uccellini. Questi giacciono riversi sul fondo, i becchi insanguinati. Per giorni e giorni si è dimenticata di fornire loro acqua e cibo. Sono morti d’inedia, a causa di Angela e lei non si dà pace. Chi commette violenza spesso non ne serba il ricordo e la stessa cosa capita a chi la subisce. Questi incubi ricorrenti scandiscono la sua vita e conducono tutti a suo padre Leonardo. Quando era piccola era partito per un lungo viaggio, questa almeno era stata la verità raccontatale da sua madre Emma. Le aveva così tenuto segreta la loro separazione. Come segreta e inconfessata era rimasta la violenza sessuale subita. Lui invece era rimasto sempre là dove avevano vissuto, a Palermo. Adesso è morto e ha lasciato ad Angela la sua eredità. Affida i suoi due bambini alla nonna e parte subito da Genova dove vive. Ha così inizio il suo viaggio al rovescio nei luoghi della sua memoria, finendo per scandagliare, in un involontario noir dell’anima, gli angoli più riposti della sua esistenza.
Gli uomini di Angela non restano. Non solo il padre. Anche suo marito non è restato. Ha deciso di andare a lavorare in Africa per un’organizzazione di medici volontari. Per Angela è un’altra separazione. Un’altra ferita al cuore. Un altro richiamo di quella voce che la spinge a muoversi per cercarne la fonte. E’ la voce del dolore. Un dolore senza fissa dimora. Genova, Palermo, Beirut, Leonforte, Caprera o Gerusalemme, il viaggio di Angela non è una discesa all’averno alla ricerca della propria anima. Il suo è un viaggio alla ricerca del proprio corpo. Smarrito, rimosso, offeso. Un viaggio che insegue il dolore ma non è doloroso. Lo sguardo di Angela, anzi la sua parola è taumaturgica. Lei ha la forza di guarire gli altri e alla fine guarirà anche se stessa. Angela passeggia nel Parco della Favorita ma potrebbe trovarsi in Africa, a Beira, sull’Oceano Indiano, o in Cina, “in eterno a respirare quel refolo balsamico” che il mondo, la vita stessa spande. Angela non compie un viaggio esotico, il suo è un pellegrinaggio prodigioso. Angela ritrova il respiro della vita alla fonte del suo segreto dolore. Ed è un respiro colorato di rosso, di bianco, di esperidi e pomi aurei. Odoroso di “tuorlo, marsala, arance, acqua e manna”.
Suo padre era stato il suo orco cattivo. La voce di Angela riesce a vincere persino quest’orribile verità. Rende accettabile persino la sua eredità, dentro questa sua vitale compassione. Non importa il valore del suo patrimonio, vale il suo lascito sentimentale, questo sì risarcitorio. Gli oggetti, dei “cimeli garibaldini” del 1850, reliquie di un nobile passato familiare, o reperti archeologici di altri mondi. La figura paterna può essere ricostruita, oltre ogni inconfessabile violenza subita. Anche il rapporto con gli uomini può aprirsi a nuove possibilità, meno scontate, o addirittura inaudite. “Rivediamoci”, gli dice Antonio, conosciuto in questo viaggio, al momento del loro saluto. Ci sono, dunque, uomini che restano. E ci sono uomini che ritornano. Come l’antico amore francese di mamma Emma. “… Mamma! Tu non immagini nemmeno quello che è successo…”. “Per favore, parla!”. “Josef è in Italia… Lo vedi?… Là!”. La parola di Angela indica, dice, parla, toglie le storie dallo scenario virtuale del possibile e le mette in vita. La dolcezza della fine ha reso tollerabile qualsiasi dolore. Senza happy end, ma con un finale apertissimo. Il dolore ha ritrovato dimora in quei segreti posti dell’anima, dove stazionano a lungo ma poi il tempo diluisce fino a scomparire per sempre.
Angela, come Adriana Libretti, fa la doppiatrice e prima del suo viaggio le capitava di inciampare tra le sillabe. Certe parole le si aggrappavano alla punta della lingua, le risucchiavano il sangue e l’attenzione; petto e palato altro non erano che casse di risonanza vuote. Vuote come lei, senza più corpo. Adesso a casa ha riportato anche il proprio corpo. La sua voce non risuonerà più nel vuoto. Può tornare ad essere una voce narrante. Sì, dare voce può salvare. Angela ha dato voce al dolore e lo ha vinto. Raccontare storie salva. Anche la letteratura può guarire, rimette le cose a posto, mette a dimora il dolore. Questo è il primo romanzo di Adriana Libretti, attrice di cui ho ascoltato la voce e scrittrice di cui ho apprezzato le pagine. E’ un esordio pieno di parole. Quel non casuale incipit, “Rimase senza parole” è ormai lontano. Vibra nei nostri fragili corpi questa comune piccola verità, che ci hanno salvato le storie. E pì e pì e pì, sette fimmini p’un tarì…

"Acasadidio" di Giorgio MORALE

“Ogni opera è un pezzo di mondo, un tessuto di relazioni e domande che diventa testo”, premette Giorgio Morale alle sue parole di ringraziamento che completano il volume. Parole che chiariscono, certo, il canone prescelto e le ragioni del suo scrivere, ma che paiono soprattutto confermare, a lettura ultimata dell’opera, la sua distanza dalla moltissima narrativa destinata all’intrattenimento e al successo di pubblico, piuttosto che rispondere ad un’urgenza espressiva e testimoniale. Sono uno di quei lettori che non leggono per passare il tempo ma per apprendere, possibilmente, qualcosa, cercando in una storia bellezza, originalità, acutezza di sguardo sul mondo e sull’uomo. E proprio l’acutezza e persuasività di sguardo – dentro la finzione letteraria – mi sembrano qualità preminenti in questo romanzo esemplare di Giorgio Morale, restitutivo di verità, appunto, piuttosto che di una bellezza che sorvola o pervade le pagine ma senza mai sporcarsi con le cose di questo mondo; bellezza a cui si può giungere, comunque, per reazione, dopo avere attraversato le lande desolate del quotidiano disincanto; l’abbrutimento è spesso inconsapevole in chi lo subisce; ma quasi mai disgiunto dal cinismo di chi lo crea o favorisce: “…Perché le persone sono così: come le tratti, diventano”, si annota nella seconda pagina dell’opera; a cui noi aggiungeremmo, parafrasando, a libro richiuso: “perché le persone sono così, e come gli consentiamo di fare, diventano.”
Non vi è dubbio: dove vi è denaro, facile o da rendere tale con qualsiasi mezzo, lì accorrono furbi, faccendieri e malavitosi, singoli o associati in sodalizi storici o estemporanei, in coppola o in gessato. Ed è solo questione di stile, di entrature, di contesti propizi. Ecco allora che anche la necessità di assistenza e di lavoro di un extracomunitario si fa “risorsa” preziosa, come si racconta in questo romanzo; ed ecco come la cattiva coscienza collettiva si alleggerisce, elargendo cospicui finanziamenti pubblici per una “buona causa”, perpetua nel contempo l’antica prassi clientelare elargitiva di favori e di denaro ad amici e servi; nel romanzo, questo avviene attraverso un’associazione di volontariato che si occupa del collocamento degli extracomunitari, gestita da un direttore intrallazzone e narcisista supportato da una vicepresidente factotum; e da una schiera di volontari sfruttati e malpagati costretti, per giunta, a sorbire le quotidiane vanterie e miserie del capo, quintessenza delle italiche “virtù”; e della faziosità, dei capricci e delle perfidie della bulimica vicecapo. Il romanzo si cala perfettamente nel nostro tempo, nella Milano “non più da bere” ma da suggere e sbocconcellare accortamente, con nuovi stili, nel suo corpo sociale ed urbano in continua e rapida trasformazione; una metropoli, al pari delle altre, fluida e spesso invisibile persino a sé stessa, arcipelago policromo di microcosmi più o meno interagenti. Della piccola comunità che ruota intorno all’associazione, l’autore delinea caratteri con pregi, difetti e contraddizioni, con occhio puntuto e obiettivo; dalla rassicurante superficie dei discorsi e delle azioni egli fa spuntare ed affiorare le magagne retrostanti e sottostanti, come quando parla del collegio dove ha studiato Teresa, una delle volontarie del Centro, delle ipocrisie dei licenziosi gestori e della sua stessa famiglia, preoccupata più dell’immagine pubblica che del bene della figlia.
Quadri precisi e sintomatici di un insieme complesso e indicibile – attraverso una mimesi selettiva ed espressiva della realtà che si rappresenta – troviamo dunque in questo lavoro dalla scrittura pulita e precisa, dall’ironia mai dimentica dell’ethos di un mondo possibile e auspicabile. (gn)

Giorgio MORALE
Acasadidio
Manni, 2008

“Undici” di Savina Dolores MASSA

Undici foto di Alessandro Melis

 

 

 Anche sul Blog La Poesia e lo spirito

 

 

 

 

 (Foto di Alessandro Melis)

 

Il libro apre con la notizia di cronaca riportata il 4 giugno 2006 sul quotidiano La Repubblica, a firma di Giovanni Maria Bellu: “ Barca di clandestini africani arriva ai Caraibi dopo 4 mesi nell’Atlantico. – Una barca di sei metri, bianca, senza nome e senza bandiera. E’ un pescatore ad avvistarla alle cinque del mattino del 29 aprile a 76 miglia di Ragged Point, la punta più orientale delle isole Barbados. Dondola tra le onde, nessuno la governa, anche se a bordo s’intravedono degli uomini. Sono sdraiati sul ponte, immobili. Il pescatore chiama la Guardia Costiera. Alle sei della sera, la piccola barca bianca, trainata da una motovedetta, entra nel porto di Bridgetown. A bordo ci sono i corpi quasi mummificati di undici uomini neri.”
Da questa informazioni scarne e raggelanti parte il viaggio a ritroso di Savina Dolores Massa, verso le ipotetiche esistenze degli undici sventurati viaggiatori che sognavano un riscatto alla povertà, forse anche alla chiusa semplicità dei loro villaggi, per vedere oltre. Undici storie e altrettante vite che rinascono, ribattezzate: Baba, Amdy, Bilal, Laamin, Momar, Pape, Ibou, Djibril, Ibra, Mor, Sajoro; pescatori, autisti di autobus, quasi architetti, griot (poeti e cantori col compito di conservare la tradizione orale degli antenati); e i cui destini s’intrecciano e si bruciano, fatalmente e contestualmente. Uomini smaliziati traditi da un venditore di sogni – uno spagnolo, con la promessa di portarli “a pascolare dove c’è erba migliore di qui” – per milletrecento euro stipandoli in una barca in cui si ruppe subito il motore, al largo dell’Atlantico, si spezzò l’albero e cadde la vela; e con essa poco a poco la speranza di scampare alla morte dopo giorni di lenta agonia, esauriti il cibo e l’acqua. Fino all’ultimo, però, vite dignitose, sfidanti, ironiche: “La morte, se proprio mi vuole, dovrà prendermi come sono: perfettamente sveglio”; “Non lo voglio pensare giusto un destino con una fine così faticosa e sento una rabbia che monta, Sayoro, mentre tu suoni verso le stelle; contro le stelle suona, Sayoro, se puoi. Contro ogni cosa creata per essere immortale scritta per essere immortale amata come immortale.”; “Morire è eccitante, mi procura un’erezione, ma essiccato come sono non posso più contare su nessuna eiaculazione.”; “Peccare qualche volta è un obbligo, per lasciare al Giusto il potere di perdonare.”
Se il viaggio è metafora della vita, e ci sovviene la splendida fiaba di Hermann Hesse “Sogno flautato”, il migrare ne è la condizione naturale e irrinunciabile, di luogo in luogo, di esperienza in esperienza, fino all’ultima, definitiva sosta. La demonizzazione che ne è stata fatta in tempi recenti va forse di pari passo col bisogno sociale e generalizzato di stanzialità delle comunità organizzate, che comporta il radicamento nel luogo, l’acquisizione di beni nel tempo (lavoro, casa, oggetti); e la conseguente paura di perderli, di dovervi rinunciare dopo averli faticosamente messi assieme. Ma i nostri undici nulla avevano da perdere, come i nostri migranti in fuga dall’Italia alla ricerca di vere o presunte americhe; come i tanti affamati che le catastrofi naturali, belliche o politico economiche sospingono dall’Asia, dall’Est e dall’Africa verso l’effimero benessere dell’occidente. Chi nulla possiede nulla ha da perdere.
Una scrittura duttile e colloquiale caratterizza il romanzo; allo stesso tempo acuminata, per nulla convenzionale per originalità e sintassi; in cui avvertiamo rapprendersi improvvisa la parola, per farsi poesia e meta letteratura: “il buono del parlare sta nel divagare; nell’aprire altre strade, percorrerle, e tornare al punto da cui si è partiti solo se se ne ha realmente voglia, o se ne ha voglia chi ti sta ascoltando. Tu dovrai incantare, e pazienza se a volte ti sentirai addosso odore di fico stramazzato…” E ancora: “Sfido la Poesia a cantare la vita, qui, se ce la fa. Ora la folla dei poeti mi incute terrore. Che cantino le loro storie, loro. Cosa sono loro, loro mi appaiono in tremori di sensi immobili, narcotizzati o pulsanti in acidi odori d’urina di paura che è stata incontinente.”
Una scrittura sorprendente, spesso, questa di Savina Dolores Massa, che entra nel gorgo ematico di esistenze sconosciute per parlare a loro, come loro, e in nome loro con sensibilità rara, di sapienza antica così affine ad esse; da ascoltare e riascoltare, anche, come un monito indiretto, forte come un urlo nella notte, di questa nostra notte epocale: “Dovevamo restare a casa, tutti. Ciascuno dei nostri sogni potevamo realizzarlo in Africa. Nessun sapere nuovo poteva arricchirci, altrove”. 
Questa è la loro lezione tardiva di sventurati; rivolta a noi per coglierla subito, per tempo, prima che sia tardi.

GN

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Undici
Savina Dolores Massa
Il Maestrale, 2008

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Savina Dolores Massa nasce a Oristano. Da alcuni anni è scrittrice a tempo pieno, anche di poesie e racconti. E’ attiva, con l’Associazione pARTIcORALI, nell’organizzazione di eventi culturali. Ha fondato recentemente la compagnia di spettacolo Hanife Ana assieme al musicista jazz Gianfranco Fedele e all’attore Alessandro Melis. Con il romanzo Undici è giunta nella rosa dei finalisti al Premio Calvino 2007.

“Era mio padre” di Franz KRAUSPENHAAR

era mio padre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    “Dopo anni quando ci ripensi capita che vorremmo proprio acchiapparle le parole che ha detto certa gente e la gente stessa per chiedergli quello che hanno voluto dirci… Ma se ne sono proprio andati!… […] Bisogna allora continuare  la strada da soli, nella notte. Abbiamo perso i veri compagni. Non gli abbiamo fatto la domanda giusta, quella vera, quando c’era tempo.”  (Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte).

    Ma se “quella gente”, metti caso, era nostro padre, altro sarà il sentimento, il rimpianto per la domanda non fatta, per il gesto incompiuto “quando c’era tempo.” (“Vago nella nebbia dei ricordi. Cerco una risposta, senza alcuna certezza che questa risposta arriverà.”)

    Non vorremmo semplificare il coacervo di ragioni e stati d’animo all’origine del romanzo, la necessità e urgenza di questo viaggio nelle profondità del vissuto, ma le domande ci stavano, sospese, coi loro nodi robusti e il dono, alla fine, di una o più risposte che si cercavano, come luce alla fine di un tunnel.

    Il titolo del libro non deve ingannare: questo lavoro di Franz Krauspenhaar non è solo la biografia del padre Carl – nato nel 1925 ad Aussig (cittadina cecoslovacca annessa poi al Terzo Reich) e morto in Svizzera nel 1988 – e del complesso rapporto col figlio. Certo, vi si narra la sua storia e quella della sua famiglia, a ritroso nel tempo; dell’esperienza dell’ultima guerra nell’esercito tedesco (guerra che maledirà al pari di Hitler e del nazismo), della formazione e delle vicende  della nuova famiglia e del lavoro, in Italia, a Milano. Il libro, però, è ben di più, è il viaggio di Franz nel proprio sangue: dai capillari ai grandi vasi senza interdizione di transiti ed approdi, e di zone – cerebrali, genitali, nervose, muscolari, gastriche – da scrittore viscerale qual è (“I libri fatti con le viscere e col sangue sono sempre utili: a chi li scrive e spesso, ancora di più, a chi li legge con la giusta partecipazione”). Ed è nello scorrere dei giorni, nel compiersi di azioni e nel formarsi di pensieri che lo s’interroga, il sangue; inseguendolo, vorticoso o blando, cercandolo incessantemente per ritrovarvisi; anche nei punti di possibile affinità somatica, caratteriale, col proprio padre e i propri avi.

    Due vite a confronto. L’una che richiama all’occorrenza l’altra, ad intervalli, con un gioco di flashback, di finestre dalle quali ricompare la figura paterna; per analizzarne i gesti e le parole di allora, come da una moviola, per rivederlo attore di un destino non ancora definitivo; forse, ancora recuperabile… Un legame unico, e simile, per alcuni aspetti. Ma sempre unico, e insostituibile. Erano state “carezze e schiaffi, al bisogno”, “un testimone scomodo” (il padre) dalla cui “liberazione” è iniziato per il figlio l’impegno serio nella scrittura. Ed anche, il “ricordo” del padre, “una delle poche cose dolci di tutta la mia vita che mi vengono in mente, nonostante tutto, nonostante me.” E “Io prego, caro lettore. Prego con foga e con ferocia. Questo padre che mi ha abbandonato troppo presto. Lo prego per tutto.”

    Ci si sente attraversare da questo romanzo perché intuiamo che è l’autore, per primo, ad essere stato attraversato dalla vita che descrive, il quale, con spietata e spesso dolorosa lucidità di sguardo, e  intensità ed onestà di sentimenti, poi, nulla ha lesinato alla pagina. “Non voglio fare di questo libro  un’agiografia. Voglio parlare chiaro, dire “le cose come stanno”. E non si può non riconoscere rispondenza piena tra intento e risultato finale.

    Dicevamo che “Era mio padre” non è solo la storia del padre Carl, ma più storie assieme, sullo sfondo epocale di circa un secolo; dove il fuoco descrittivo e il punto prospettico ci mostrano quadri di sicuro interesse, come quando si parla della seconda guerra mondiale, o del nostro tempo che ingloba eventi collettivi e privati; dell’autore innanzitutto, con le relazioni e le amicizie indicate con nome e cognome.

    Un romanzo, questo, che lascia il segno con la sua irriducibile ricerca di verità e autenticità, e dove l’uomo è nudo, in una solitudine cosmica ed epocale nella quale non è difficile riconoscersi, nell’inesausta ricerca di identità e di conferme. Se è vero che si scrive per essere amati, a maggior ragione si vive per essere amati, incondizionatamente, a prescindere dall’umana, inevitabile diversità. E se qualche conto rimane, in sospeso, in questa come in ogni altra vicenda umana, il conto prima o poi, in un modo o nell’altro, si pareggia; per dissolvenza della storia – la nostra, in primis – in quella più ampia che tutto riequilibra.

 

Giovanni Nuscis

 

 

Franz Krauspenhaar

Era mio padre

Fazi Editore, Roma 2008

 

 

 

Franz Krauspenhaar è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato i romanzi Avanzi di balera (Addictions, 2000), Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Cattivo sangue (Baldini &Castoldi Dalai, 2003). E’ presente nell’antologia Best Off 2006 curata da Giulio Mozzi (Minimum Fax, 2006) e nell’antologia di racconti I persecutori (Transeuropa, 2007). Fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana, e ha creato e gestito assieme a Fabrizio Centofanti il blog collettivo La Poesia e lo spirito. Collabora con riviste e giornali scrivendo di letteratura.