Archive for luglio 2011

Filippo DAVOLI – “Come all’origine dell’aria”

filippo davòli

Tre cartoline

1.

Escono la domenica mattina

con le fiammanti utilitarie

e un’andatura di accompagno,

quasi fermi nel sole invernale.

I contadini solidi nel riposo

col cappello che rade la cappotta

sorridendo bruniti

al ciglio deserto della carreggiata,

frenando nelle discese, rallentando

al ticchettio dei contagiri. Vanno

ad una passeggiata con la macchina.

Sono piceni assennati, porosi

nel tratto bianco delle residue mulattiere.

Le donne hanno il vestito buono fiorato,

l’oro di casa le orna come madonne

e le bambine portano le orecchine

con il pendaglio, e un filo di smalto

e le trecce imbrigliate nei fermagli.

Ostentano con garbo un italiano

che l’assedio dei simili tritura.

I fumatori arrochiti parlano basso,

pasteggiano le parole con sobrietà.

Le vecchie si salutano per strada

sollevando la testa e le mani,

beate nel cappotto coi bottoni grandi

e il collo di finto pelo, vanno alla messa

dolci nel passo lento della lucidità.

2.

Quieti palazzi della periferia

che vi ergete a baluardo contro i monti,

che difendete le disperazioni

di chi vi abita. Quieti palazzi domenicali,

dove le donne che piangono

tacciono nel segreto di passi leggeri

trascorsi al fuoco basso della tenacia,

al giusto della pazienza.

Quieti palazzi della periferia

dove i figli sonnecchiano aspettando

di sentire i rumori di cucina

coltivando il riposo

e una luce radente veste i letti

prima dell’abbandono. Adusti salgono

i giovanetti come la mattina.

Fingono nelle loro sicurezze

di non sapere quello che conoscono

nel fondo dei loro muscoli. Guardano

il giorno con apparente tranquillità,

appesi al filo fragile dell’infanzia.

Quieti palazzi indenni

alle usure del sentimento, alle ubbie

dei cani, al graffio ripido dei gatti,

che resistete immobili alle tempeste,

nell’antica saggezza del sopravvivere.

3.

Nelle pozze la pioggia si fa acqua.

Specchio di perla che partorisce il mondo

e simulacro limpido di insetti.

L’aria punge assodante le pupille,

snerva la vista un ritorno di luce.

Dentro il verde dei platani lontani

S’azzitta la città, vanno i bambini

a stuzzicare l’acqua e la vita.

*

Il paese di mia madre ha gli occhi larghi

verdi d’erba e di mare, e il naso d’aquila.

Il paese di mia madre ha i capelli neri

liberi dentro il vento, ma una lacrima breve

chiusa nella memoria.

Il paese la copre fino al tramonto

poi la lascia vibrare nel suo sogno,

disperdersi nelle contrade della campagna.

Il paese di mia madre è svanito con me.

*

Madre, mia prima ed ultima sorella

cui forse ritornerò da polvere schiusa,

se leggi certo capirai chi sono.

Da tanti giorni nei giorni non ti penso

se non nelle preghiere.

Madre, fosti un tumulto

che sprofondava l’anima in delirio.

Poi ritornò la pace, ed eri e sei

la sorella segreta che mi volle

e questo di sicuro non è poco.

Sei il sangue che mi ammala, sei le ossa

che cedono all’usura anticipata.

Sei gli atomi degli occhi, che sono tuoi.

E in tutto questo che tocco mi manchi.

*

Ti ricordava ancora la puerpera

che si ricorda di me quando dormivo

nelle tue sacche incolumi. Scoprivo

la bella tenerezza di chi cerca.

Parlava di una donna innamorata,

giovane bella e sola, maltrattata

da una madre assillata dal buon nome.

Mi avevi conservato nel silenzio

per paura di loro – e quanto avevi

ragione, se al mio dunque si levarono

indifferenti del tuo cuore di madre.

Ma il nome che salvarono è il mio sangue

che vive ancora. E’ il tuo segreto assillo

che viene per parola a dirti grazie.

*

Se ti incontro tutti i giorni non so

se magari ti sfioro e ti saluto

e tu non lo sai che c’è di più.

Non lo so, non lo sai, forse sospetti

oppure no un volto familiare

sperso nel mondo ed invece l’hai qui.

O forse così lontana, così altra

soltanto altrove ti conoscerò. Guarderemo

distrattamente il ticchettio degli astri

e farsi strada la luce, la comprensione

del sangue, ma come in un fiume

sovrumano di tenerissime solitudini.

*

Non ti ho potuta cogliere, ti sperde

una congiura umana di decreti

e forse un’altra vita, un’altra piena

d’acque libere ormai da giorni inquieti.

Ho smesso di cercarti quando l’angelo

a cui ho dato da sempre il tuo affettuoso

nome insostituibile, ha intrapreso

la discesa dei giorni, fino a spegnersi

dopo un Natale in cui non c’era il mondo.

Sono già dodici anni, tra poco.

Uno strappo feroce che ha graffiato

l’unico specchio della mia esistenza,

quello del cuore. Ma il mio volto ha il tuo nome.

Così il pensiero ti tocca a ogni risveglio

e non ti ha più lasciato. Ti sorride.

*

Vorrei che queste parole non fossero parole

ma un piccolo testamento del volere.

Non però assimilabile a un lasciarsi andare,

quanto piuttosto una più piena coscienza.

Come la rondine che sigilla il lascito

in un volo infingibile.

*

Vorrei scivolare dentro l’acqua come il mistero

complice di chi vede e di chi sa,

tornare a quel primo giorno innocente

privo di scorie, senza memoria di altro

che dell’amore. Un amore schiodato.

Io sola carne vestita di luce

che sorrido al mio corpo.

*

Vorrei dunque sparire lievemente

pur continuando a vivere. Restarmene

nel dono dei segreti quotidiani,

dove tutto significa.

*

Filippo DAVOLI

Come all’origine dell’aria

L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri (Forlì, 2010)

Introduzione alla lettura di Lucia Tancredi, Gianfranco Fabbri e Andrea Ponso 

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Non segheranno mai il ramo che li regge

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Alcuni giorni fa la sezione civile della Corte d’appello di Milano ha stabilito che Silvio Berlusconi fu corresponsabile della corruzione del giudice che, nel 1991, consentì alla Fininvest di diventare socio di maggioranza della Mondadori a danno della Cir di Carlo De Benedetti, condannando la Fininvest a risarcire 560 milioni di euro.

Non esiste purtroppo nel nostro ordinamento una norma che mandi a casa un capo del governo dimostratosi – per condotta pubblica e privata -indegno di ricoprire il ruolo istituzionale che riveste. Ciò che le cronache nazionali e internazionali hanno riferito su di lui in questi anni è evidentemente ancora al di sotto della sua soglia di vergogna e di senso dello Stato, ed ha infatti dichiarato che resterà al suo posto fino alla fine della legislatura, anche dopo l’ultima manovra economica –iniqua e spietata che poco o nulla intacca i privilegi della casta – che metterà ulteriormente in ginocchio la maggior parte degli italiani senza minimamente favorire la ripresa economica.

E’ di tutta evidenza che altri diciotto mesi di questo Governo, per lo sfacelo economico e il degrado etico che ha determinato, sono troppi a questo punto per chi ha sopportato anni in silenzio stringendo i denti. Otto milioni di italiani, secondo l’Istat, vivono al di sotto della soglia di povertà, con una spesa al di sotto di 992,46 euro al mese. Ma si è forse meno poveri se si sostiene ogni mese una spesa di 1.500 euro con una famiglia di tre o più persone? Sono noti i costi degli affitti, dei mutui, dei generi alimentari, della bollette, delle spese scolastiche e della benzina, per considerare le spese impreviste.

Chi, tolta la casta e i molti furbi che si sono avvantaggiati di questo sistema, non vorrebbe tornare alle urne scegliendo direttamente i propri rappresentanti politici, invece di farlo fare ad élite ristrettissime? Chi, a parte i diretti interessati, non desidererebbe che si dimezzi il numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali beneficiari di privilegi inaccettabili? Che si cancellino province ed enti inutili, che venga meno la possibilità di concentrare incarichi su incarichi, remuneratissimi – di consigliere, presidente, arbitro e consulente – in capo allo stesso politico, manager, alto dirigente pubblico? Che le tivù e le radio di Stato, a fronte di un canone imposto con la forza agli italiani, non siano più la cosa misera che spesso sono, per omessa e incompleta informazione, per la sconcertante banalità dei programmi proposti che hanno contribuito alla disaffezione crescente dei cittadini dalla cultura e dallo spirito critico? Chi non s’aspetterebbe, invece, che costoro raccontassero lo sfascio e il dilagante malcostume con voce potente e indignata?

Vorremmo che anche le forze di opposizione urlassero più forte assieme alla gente, pretendendo le dimissioni di questo governo incapace e rappresentativo solo di sé stesso, e dell’orrida corte che lo tiene in vita; un’opposizione che, vista la gravità della situazione, avrebbe dovuto già da tempo lavorare a un nuovo e lungimirante progetto che dia risposte e soluzioni alle nostre molte attese, disegnando la società del futuro.

Cose, tutte queste, che non potremmo certo aspettarci nell’immediato, né senza fatica. Un uccello non taglia il ramo che lo sostiene, e spetterà dunque a noi, come cittadini, stare vigili sostenendo volta per volta, tra le molte iniziative popolari, quelle che ci sembreranno più serie e con possibilità di successo (come sono stati i referendum).

Avremmo voluto essere come gli islandesi che, stanchi di un Governo inefficiente, sono scesi in piazza a protestare con le pentole in mano riuscendo a farlo dimettere, giungendo persino a modificare la carta costituzionale, adattandola alle nuove esigenze. Il tutto civilmente, senza violenza, come se fosse la cosa più ovvia e scontata. Ma siamo italiani, con politici senza vergogna caparbiamente attaccati ai loro privilegi e alle loro ambizioni, e cittadini per lo più assuefatti alle piccole e grandi iniquità di ogni giorno. Sogniamo perciò uno tsunami che faccia sparire di colpo dalla vista il peggio di questa politica, sapendo che se qualcosa cambierà sarà solo per la sensibilità, la caparbietà e la capacità organizzativa di pochi, l’immancabile sale della terra. 

Mauro GERMANI – “Terra estrema”

terra estrema

E’ questa notte l’uomo

dice la Terra

il corpo ignoto nel vento

che lo scuote e lo trascina

fino all’ultimo

bordo,

al cuore fermo

del suo puro nulla.

E’ questo solo

lo scandalo della carne,

l’enigma di ogni nome,

il pianto segreto

delle mie parole…

*

Adesso che Dio non c’è

ed è senza nome

l’edificio del mondo

vanno vanno i fiumi

nell’ora che tramonta

soli nel loro

destino segreto

là dove anche il mare

è nulla,

bocca che inghiotte

ogni mistero

e tace.

*

Non sappiamo il corpo

l’assoluta verità del sangue.

Com’è sola la carne

e noi assenti in lei

e lei nel mondo.

Oh esistere davvero,

essere veramente

le nostre parole,

noi appartenenti

per sempre alla terra

come un respiro

alla vita…

*

Dall’acqua e dal sangue

di quella voragine

da quella ferita aperta

da quell’urna cieca

da quell’abisso ignoto

da quei singhiozzi atroci

da quelle lacrime buie

da quel mortale

sporco infinito

noi tutti veniamo.

*

Torna ogni volta

all’indistinta notte,

non dorme mai

il corpo.

cerca l’antico sangue

i flussi, i battiti,

i palpiti spenti

nell’immemorabile

buio.

Chiama gli dei

senza più dimora

noi ignari,

persi

nel nostro sonno.

*

Scrittura d’ombra

e d’esilio,

capovolta aurora

di pagine perse.

Dov’è il vento

che chiama

le labbra,

il raggio bianco

che scuote

la terra?

Dov’è la voce

perduta

del sasso,

l’eco ammutolita

del cielo?

Tutto

si cancella

dove tutto

perdura.

*

Spegnere un nome

eppure vederlo

amarlo

senza ritegno.

Finire adesso

il mai

cominciato.

E sapere le notti

che non sanno

e invocare il cielo

prima

del cielo.

Aspettare

il silenzio.

Scrivere.

Scrivere sempre

il già

cancellato.

*

Mauro GERMANI

TERRA ESTREMA

L’ARCOLAIO di Gian Franco Fabbri (Forlì, 2011)

Interventi di Marco Ercolani e Fabio Botto 

Nadia AGUSTONI – Il peso di pianura

il peso di pianura

Il peso di pianura è il titolo dell’ultima raccolta di Nadia Agustoni (Lietocolle 2011) dopo Taccuino nero (Le voci della luna 2009); ed è anche il titolo della seconda sezione del libro, assieme a Cosa vuoi che dica la polvere. Titoli che paiono assumere un carico di ironica disillusione; associamo infatti l’idea di peso alla salita, piuttosto che alla pianura; una pianura che, del resto, potrebbe intendersi come appiattimento: il peso dell’appiattimento, appunto; una sorta di resa a qualcosa di negativo. Il titolo della prima sezione, Cosa vuoi che dica la polvere, richiama invece quello del romanzo di John Fante Chiedilo alla polvere, storia che ha come protagonista lo scrittore Arturo Bandini col suo sogno, infine deluso, di successo letterario e di rivalsa sociale. I versi “…qui viviamo,/qui moriamo, un dio non ci ha salvato.” concludono il testo di apertura, dal titolo eponimo della sezione, dove i diari dell’olocausto diventano la deriva di un re e di un regno, con l’immagine, forte, di un Edipo ormai vecchio e cieco preso per mano dalla figlia Antigone, entrambi in fuga facendo il vuoto, intorno. Si ripete nella poesia successiva il tema dell’olocausto, che non è flagello né destino, ma ritorno della bestia, e storia che resta sospesa, ma visibile, ancora, a sguardi sensibili (“i bambini di terezin nel silenzio maiuscolo/di nuvole immobili, dove è già accaduto/e accade per sempre mentre guardi, il giorno/vicino alla luce.” (“non avremo più niente). Il tono ricorda quello di una fiaba triste, in cui si narra di qualcosa andato perduto, o trasformato (ridotto a minerale? a vegetale?): “non avremo più niente”,/dal mondo trapassano pietre, le mani//sono corteccia, nomi di betulle il bene:/una volta le parole erano la giubba dei re/ognuno viveva per vivere ognuno/chiedeva perdono molte volte.”)

Il talento affabulatorio dell’autrice, già apprezzato nelle prose pubblicate in rete, trova espressione anche in questa raccolta attraversata da visioni e immagini originali e potenti, col loro carico di archetipi, metafore, rimandi letterari; con sequenze di parole felicemente inusuali (“dev’essere la vita/o un giugno di roghi per sterrati/cagne orfane di corse e tralicci/bambini di pane.//dev’essere nei piedi radice” (dev’essere la vita); “l’animale fuggiasco e lumini-astri/fabbrica-stella appesa al gesto/il buio nel largo del mondo e sghemba ai paesi” (“uomini-foreste”); “fermenterà il dolore/la notte avrà ovili e montagna/e oltre la corsa dei cani viaggeremo/la terra nel sonno midollo di paesi/un mietere fumi” (“mare nostrum”). Questa attenzione linguistica e iconica caratterizza fortemente la scrittura di Nadia Agustoni, e del resto: “una teoria è la casa/di cose fin troppo note/e di altre che filtrano i nostri passaggi:/il salto mortale della lingua/quel bisogno di scalare il buio.” (“labirinto”). Immagini e discorso che zumano talvolta all’unisono sul qui ed ora, alle radici del sentire, alle ragioni della disillusione: “è a nord/l’orfanità precisa di fiumane/musi cavati da utopia/santi-rimbaud appollaiati alle costole/dei veri santi” (“nord”); “io abito in una via di prati/col sole i muri e rifiuti di fabbriche/ed è giusto e ingiusto oscuro e chiaro/essere superflui negli occhi dell’altro” (“io abito in una via di prati”).

La poesia è talvolta calco di orme e transiti, buio raggelante di tunnel, referto di stati d’animo presenti e passati; e alcune parole, in particolare, echeggiano, rimbalzano tra i versi così come nella prima sezione della raccolta: “ho pensato/ che sempre la pianta/è rami e spiragli/e mai risana il proprio dolore/ma coincide,”; “ho avuto l’età che ogni giorno è nuovo/che t’importa e non t’importa del dolore e sai che non altro/c’è da sapere che non un chiarore all’alba…”; “ma a me il male è questo dolore quest’ora/in cui il ragno oscilla tra tela e parete e i muri/fino al soffitto costruiscono ombre”; “i morti aprono il dubbio dei nomi,/anch’io vivo dove l’ombra chiede pazienza”. Ma la poesia è anche apertura al chiarore del sogno: “credo al tempo chiaro delle case/penso che esistono cielo mare elementi/e nuoterò volerò avrò scampo dal vuoto/e in una forma di conchiglia metterò sabbia/vicino al falco – irrevocabile -/abdicherò un regno.”

Essere in questo mondo, ma non di questo mondo; stare oltre la piccola storia, diversa ed in fondo uguale nei millenni; per dirla con Pasternak, “così che alla fine/ci si attiri l’amore degli spazi”:

a finestre

non i vivi mi aspettano a finestre

ma l’abbondanza del tempo

quel disegno senza figure a dirmi

quale parabola di gigli

e uccelli nel campo mi porti.

*

Nadia AGUSTONI

Il peso di pianura

Lietocolle (2011) 

Savina Dolores MASSA sul Quaderno di Poiein

Nuscisquadernopoien

GRAZIE DI CUORE ALL'AMICA SCRITTICE SAVINA DOLORES MASSA PER IL SUO INTERVENTO SUL "QUADERNO DI POIEIN", PUBBLICATO NEL SUO BLOG

"ANA LA BALENA"!