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Anna CASCELLA LUCIANI – Poesie

rain in the mountains of Anthony Benton Gude

Poesia versicolare, frammentata da una crescente interpunzione, sempre abitata dalla rima, spesso dedicata in calce al testo, raccolta sotto titoli per lo più enfatici (Le tese braccia, Migrazioni, Discendenze, Luna mutante, Amate assenze, Le aperte stanze, Vaganti stelle, Solo l’amore, Dalla finestra del cielo); paiono difetti, invece è una poesia che arriva come poche altre, che mantiene una disperata fedeltà alla vita, che riesce ad essere diario rimanendo poesia.

Ogni tanto affiora l’eco di altri poeti: l’ironia della Lamarque (Tu vedi in me l’eguale/ e io il diverso:/ per favore,/ potremmo amarci adesso?; non lo conosco/ e non lo conoscerò:/ questo è rassicurante – / non lo perderò; ritrovo intatto/ il vocabolario/ d’amore: mi viene/ da ridere/ di tutto cuore), la speculazione di Caproni (Se l’anima stanca/ si raccoglie, e ancora/ stanca, ancora/ stanca sceglie, è allora/ che passate le soglie,/ avremo diritto a/ Perfezione; il mio interlocutore/ è solo/ l’assoluto,/ solo con lui io fotto/ solo con lui/ mi illudo) e poi, immanenti o dedicatarii, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Sandro Penna, Dario Bellezza e le amiche Luciana Frezza, Amelia Rosselli e Giovanna Sicari, ‘ tre “compagne di poesia”…icone e muse silenziose ’, come annota Massimo Onofri nella sua accurata e intensa introduzione. Sono però moltissimi, in quest’opera omnia, i testi che brillano di luce propria, specialmente quelli amorosi e quelli del disincanto. (Antonio Fiori)

*

caro ho bisogno

dei tuoi ostacoli

dei tuoi tragitti

a ritroso dei tuoi

labirinti secolari,

troppo in fretta

da sola arriverei

fino al fondo. Caro

ho bisogno

dei tuoi passaggi

umettati dall’aurea

ammissione del bordo,

dei tuoi fraintendimenti

dei tuoi spaventi serrati,

troppo in fretta da sola

traverserei l’acre mondo

***

deve essere bello oggi

in montagna

qui piove

è l’ultimo giorno di marzo

alzo lo sguardo

a fianco del tetto

e la getto la palla dorata

che mima lo scettro, ci fosse

per caso un bosco di lato.

***

c’era un cielo di tulle

dietro villa Borghese,

era dicembre, la spesa

delle feste il cielo la

faceva lancinante, celeste.

***

Stringimi.

Al tuo petto io darò

corona.

Ti amerò per sempre.

Sprona il mio giudizio

al tuo.

Sei l’unico.

Tacendo, livelli

ogni diverso.

In te trovo parole

in te converso.

***

Mi piace questo baciarci

come bambini – questo

stare stretti

vicini –di nuovo

l’albero è verdino –

il pesco è in rosa –

il velame dei petali

coincide con le labbra –

chiedi una mano –

non sento patimenti –

la carità si sposa

ai nostri eventi –

***

torna prima

della morte

raccoglimi

di nuovo –

ti abbraccerò

più forte

ti convincerò

di quel che provo –

***

dorso scintilla

solidificata

meraviglia – briglia

tesa e resa – pietra

scavata in forma

di fontana – anima

non illesa – barlume

cigno sul fiume

– albergo – rifugio –

incavo cessazione –

ombra pianeta

nuova ripetuta

formazione – creta

argilla movimento –

suono – conto

fino a cento (cento

e cinquanta la gallina

canta – animala vagula

blandula – passa e scola

l’orto di un’infanzia)

***

(vita)

mi conquistano le date

migratorie – quel partire

in volo degli uccelli –

quei viaggi celesti –

sortilegio resistente –

istintivo – sapiente

del dirigersi – andare

quel venirci a trovare

pur senza conoscerci –

miracolata specie – immune

dalla certezza fatale

del tracciato –

*

Anna CASCELLA LUCIANI

Tutte le poesie

Gaffi, 2011

Introduzione di Massimo Onofri

*

Anna Cascella Luciani è nata a Roma nel 1941 

Mario BERTASA – Tiro con l’arco

mario bertasa

Da:

un’altra,

                       un’altra volta

.IV

Fu una stagione in cui credevo

che le parole non mi bastassero.

Da allora ne ho imparate di nuove, ne ho pure inventate.

Oggi che provo scipito, e non l’avrei mai immaginato possibile, quel senso

trasecolato d’amore che sentivo diffuso in me per sempre,

sono voci a vuoto.

La menzogna più indecifrabile mi ha assalito, e scarnato – le parole

non servono più per gli oggetti, peggio quelli che non si toccano con carne

l’attimo in fuga mi interessa meno del vecchio infinito, nella scrittura

ne abbozzo un contorno una volta ma la volta dopo rinuncio e non ho rimpianti

in queste ore dovevo essere altrove, sono qui

, quando poi sarò altrove, magari per un oggetto più bello

che ho visto alla fiera, dovrò lasciare qui la scrivania

disabitata – vivere è moltiplicare le proprie assenze

ogni volta che si deve scegliere se partire o restare.

soltanto la morte è l’affermazione della presenza: ho, esistito.

eppure, come un bambino che vuol fare tutto da solo

mi lascio ad immaginare che la prossima stagione accadrà qualcosa

*

: III

Anche alcuni insetti hanno sbagliato stagione,

si sono svegliati in questo fragore di gennaio

ronzando presto contro i vetri dell’aula.

hanno insistito che mi affacciassi:

allora mi impressionò una polvere di sole che stemperava

il giardino in un bigio pastello

e la memoria di chi ci ha lasciato.

credevo che fosse primavera. Era invece un’altra

la presenza, e io segnato da quei sensi brulicanti

che mi avevano accennato a breve distanza

Non loro, ma compiangerei noi per queste requiemeternam,

poche

*

,

guardando alcune fotografie

con G** in università

non è vero che non c’è stagione

con colori più belli dell’autunno –

c’è una stagione che ha colori

ancora più belli e non è l’estate

né primavera né inverno

*

Da:

un’altra volta #5 (tavole d’espansione)

: I, 1

In primavera mi si sputtana il sistema immunitario

poco ossigeno permea fra le sbarre della gabbia toracica

quando le brezze pazzerelle si contaminano

di polveri e pollini sottili

mi alzo, mi sdraio, in preda alla paura di schiattare aggrappato

alla bocchetta del cortisone che mi corrompe lo scheletro

eppure

eppure

puntuale ai primi scorci

di vie soleggiate a gennaio

ai primi tramonti che

riversano nell’aria tersa

tutti i gradienti fra il giallo e il magenta

l’umore che s’addensa nell’addome fugge in prospettiva là

a quanto si potrà fare nel golfo della stagione che si schiude all’estate

Poi rammento la ciclicità del malanno che là mi attende

e tra i due estremi dell’arco, l’oggi agognato e il domani scomodo,

di tanto in tanto mi si affaccia l’elastico

varianti per “golfo”: vallo, catino

*

guardando alcune lastre delle mie vertebre

con un giovane dottore in una clinica

per sempre

il fisiatra mi ha detto

che questi esercizi dovrò

farli per sempre. Nella voce

aveva un che di dispiaciuto

, qualunque movimento

mi aiuti a vedere più a lungo amabile questo cielo che dovrò lasciare:

è vero, uomo di scienza, lo ripeterò per sempre, magari non in fretta,

prima di andarmene a dormire dopo

aver consumato la mia scienza quotidiana

o con in pancia il miele centellinato del mattino

o raccogliendo conchiglie

o sulla panchina di una stazione

(qui

centellinare il miele del mattino

raccogliere conchiglie

stare sulla panchina di una stazione

versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più

scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato

le carte cambiate non si rinserrano – a ritroso quante altre potrei tornare

a frullare a frollare. Ma no, per ora mi do pace.

*

Da: “[…] alle mie dislocazioni”

[tema]

ogni volta che riparto, cielo scremato o nebbia,

ritroverò i parchi dove mi sono disteso

anche il randagio conosce insenature fisse

nel suo andirivieni lungo la circonvallazione

le valli sparse dei teneri occhi

ritorno a quei luoghi per pregarli intatti

e se li desideri vissuti riconosceremo

la strada per una passeggiata in centro

*

[5]

sono stordito dall’immenso che si acquatta

nel palmo di un uomo; non riesco a rileggere

ogni parola che ho sottratto alla necessità

della consunzione se non mi inceppo a leggere

una vita da un’anatomia plantare – incespichi

malattie stati psichici topografia di callosità

eppure nessun fuoco è più ignoto ai chiromanti

e agli oroscopi di quello che sfuoca sul vespro

*

[19]

E’ così che ci vedo: piccoli in una

cartolina: due alberi si sono sformati

per anni alle raffiche, su un fianco,

ma le punte dei rami inorgogliscono di foglia;

due colline hanno ceduto molta argilla

e roccia al pianoro, ma sono più dolci

E’ così che ci vedo: il recinto è alle spalle

e i rami spogli per l’arte dei fiori.

*

Mario BERTASA

TIRO CON L’ARCO

LAMPI DI STAMPA (Milano, 2011)

*

Strumento antico e ricco di metafore, l’arco: tensione, resistenza, concentrazione, mira, volo, centratura dell’obiettivo. Ognuno ha il suo, di arco, come quello di Ulisse, in grado lui soltanto di (im-)piegare ai suoi obiettivi. Così la vita di ogni giorno ("e tra i due estremi dell'arco, l’oggi agognato e il domani scomodo”), e la scrittura, piegando e vincendo la resistenza della non-vita, dell’inerzia, della non-scrittura, della non-bellezza, nella tensione del fine o del sogno da realizzare?

L’arte, in questo caso la letteratura, nel suo farsi richiede inevitabilmente una tensione, per vincere la resistenza della lingua  – sempre più consunta e povera – per superare i déja vu dei discorsi, delle immagini, delle descrizioni e dei suoni abusati.

Il bel libro di poesia di Mario Bertasa, “Tiro con l’arco”, rende evidente questa tensione che anima ogni ricerca, coglibile anche sul piano formale nella titolazione delle sezioni e dei testi, nell’interpunzione originale: Continue to search. (John Cage), recita l’esergo che apre la raccolta.

Il racconto di giorni e di stagioni, di un vissuto personale ma declinabile su un piano generazionale, ma non solo, fa da sfondo a queste poesie distese che vedono alternarsi stati d’animo, meditazioni e quadri descrittivi; nel tempo dilatato e assorto che solo l’arte può creare, ben altra cosa da quello fuggevole della quotidianità; e del resto: “l’attimo in fuga mi interessa meno del vecchio infinito”. L’uso della prima persona e gli inserti di vissuto (“il fisiatra mi ha detto/che questi esercizi dovrò/farli per sempre”; “In primavera mi si sputtana il sistema immunitario/poco ossigeno permea fra le sbarre della gabbia toracica/quando le brezze pazzerelle si contaminano/di polveri e pollini sottili/mi alzo, mi sdraio, in preda alla paura di schiattare aggrappato/alla bocchetta del cortisone che mi corrompe lo scheletro”) contribuiscono a rendere viscerale e persuasiva questa scrittura,  preludendo a versi che fissano pensieri (“qualunque movimento/mi aiuti a vedere più a lungo amabile questo cielo che dovrò lasciare:/è vero, uomo di scienza, lo ripeterò per sempre, magari non in fretta,/prima di andarmene a dormire dopo/aver consumato la mia scienza quotidiana”) e squarci di bellezza (“eppure/puntuale ai primi scorci/di vie soleggiate a gennaio/ai primi tramonti che/riversano nell’aria tersa/tutti i gradienti fra il giallo e il magenta”). Meditazione e bellezza, dunque, s’intrecciano nelle delicate descrizioni della natura, e aleggia su tutto un respiro metafisico (“sono stordito dall’immenso che si acquatta/nel palmo di un uomo;”; “vivere è moltiplicare le proprie assenze/ogni volta che si deve scegliere se partire o restare./soltanto la morte è l’affermazione della presenza: ho, esistito.”; “credevo che fosse primavera. Era invece un’altra/la presenza, e io segnato da quei sensi brulicanti/che mi avevano accennato a breve distanza//Non loro, ma compiangerei noi per queste requiemeternam,//poche”).

“Un libro compiuto”, questo di Mario Bertasa, come si dice giustamente in copertina, “che ad ogni pagina però sembra ancora volersi espandere, saltar fuori, riprendere la riflessione, tornare indietro, un libro liquido…”, ragion per cui le riflessioni anzidette non hanno alcuna pretesa definitoria. gn

Flora RESTIVO – DUDICI (DODICI) Racconti in siciliano

RESTIVO

Flora Restivo, siciliana di Trapani, è poeta dialettale autrice delle raccolte poetiche Ciatu (Sfamemi, 2004) e Po Essiri (Samperi Editore, 2008). Non deve sorprendere questo suo primo libro di racconti che richiama qualità importanti già presenti nella sua poesia: l’essenzialità del dettato, lo sguardo acuminato ed ironico sul mondo e una forte sensibilità. La misura del racconto breve riesce dunque a riproporle, dette qualità, con nuovo equilibrio e tensione narrativa. Proprio riguardo all’essenzialità del dettato, scrive Marco Scalabrino nel suo saggio introduttivo (Flora Restivo – Dda notti chi spariu la luna & autri cunti): “Edgar Allan Poe ha individuato nella short story gli elementi della essenzialità, della densità, della unicità; Henry James ha affermato che il racconto bisognerebbe “farlo tremendamente conciso, con la più stringata scelta di particolari”; Evelyn Waugh ha sostenuto che “lo stile non è un attraente ornamento applicato, ma parte dell’essenza stessa”. Questi, dunque, gli elementi che caratterizzerebbero il genere; e si viene realmente inghiottiti nella lettura di questi racconti che spiazzano, sorprendono, a cominciare dal primo racconto “La notte in cui sparì la luna”, che principia inquadrando un insonne trentottenne insegnante di greco e latino. Una bella donna “statuaria”, “al culmine del suo fascino” a cui nulla mancava se non la capacità di avere una relazione duratura con un uomo, perché “ogni volta che una storia aveva inizio, sembrava quella giusta, ma dopo un po’ di tempo, si stufava, la persona la disgustava, così lasciava perdere tutto.” Un racconto che procede come un film “che la vede spettatrice e protagonista nello stesso tempo.” E torna all’infanzia e alla sua storia familiare personale, segnata dall’azione più riprovevole che si possa compiere nei confronti di un figlio – l’incesto – ripetutosi negli anni fino al gesto estremo di liberazione da parte della vittima, con l’uccisione del padre progettata nei dettagli. Una storia che al pari delle altre di cui nulla diremo, però, per non privare il lettore del piacere di farsi trasportare da esse, riga dopo riga, viene raccontata in modo davvero avvincente, con una forza descrittiva che rende vividi e plastici i luoghi, i personaggi e le azioni. Tra i racconti più belli vanno segnalati ”Mano pelosa”, rielaborazione della favola di Barbablu, “Storia di Maria soprannome “l’orba” professione …puttana”, lo splendido e commovente “Le ali di Angelo”, “Nozze d’argento” e “Franco”. Un libro, dunque, che, se si fa apprezzare nella traduzione in lingua, nella versione in dialetto si suppone ancora più dilettevole, per il senso e l’evocatività di parole e suoni e colori e allusioni propri della lingua e d’una comunità.

Flora RESTIVO

DUDICI (DODICI) – Racconti in siciliano

Edizioni del Calatino (Castel di Judica, 2011)

Prefazione di Marco Scalabrino

Traduzioni a cura dell’autrice

Nadia AGUSTONI – Il peso di pianura

il peso di pianura

Il peso di pianura è il titolo dell’ultima raccolta di Nadia Agustoni (Lietocolle 2011) dopo Taccuino nero (Le voci della luna 2009); ed è anche il titolo della seconda sezione del libro, assieme a Cosa vuoi che dica la polvere. Titoli che paiono assumere un carico di ironica disillusione; associamo infatti l’idea di peso alla salita, piuttosto che alla pianura; una pianura che, del resto, potrebbe intendersi come appiattimento: il peso dell’appiattimento, appunto; una sorta di resa a qualcosa di negativo. Il titolo della prima sezione, Cosa vuoi che dica la polvere, richiama invece quello del romanzo di John Fante Chiedilo alla polvere, storia che ha come protagonista lo scrittore Arturo Bandini col suo sogno, infine deluso, di successo letterario e di rivalsa sociale. I versi “…qui viviamo,/qui moriamo, un dio non ci ha salvato.” concludono il testo di apertura, dal titolo eponimo della sezione, dove i diari dell’olocausto diventano la deriva di un re e di un regno, con l’immagine, forte, di un Edipo ormai vecchio e cieco preso per mano dalla figlia Antigone, entrambi in fuga facendo il vuoto, intorno. Si ripete nella poesia successiva il tema dell’olocausto, che non è flagello né destino, ma ritorno della bestia, e storia che resta sospesa, ma visibile, ancora, a sguardi sensibili (“i bambini di terezin nel silenzio maiuscolo/di nuvole immobili, dove è già accaduto/e accade per sempre mentre guardi, il giorno/vicino alla luce.” (“non avremo più niente). Il tono ricorda quello di una fiaba triste, in cui si narra di qualcosa andato perduto, o trasformato (ridotto a minerale? a vegetale?): “non avremo più niente”,/dal mondo trapassano pietre, le mani//sono corteccia, nomi di betulle il bene:/una volta le parole erano la giubba dei re/ognuno viveva per vivere ognuno/chiedeva perdono molte volte.”)

Il talento affabulatorio dell’autrice, già apprezzato nelle prose pubblicate in rete, trova espressione anche in questa raccolta attraversata da visioni e immagini originali e potenti, col loro carico di archetipi, metafore, rimandi letterari; con sequenze di parole felicemente inusuali (“dev’essere la vita/o un giugno di roghi per sterrati/cagne orfane di corse e tralicci/bambini di pane.//dev’essere nei piedi radice” (dev’essere la vita); “l’animale fuggiasco e lumini-astri/fabbrica-stella appesa al gesto/il buio nel largo del mondo e sghemba ai paesi” (“uomini-foreste”); “fermenterà il dolore/la notte avrà ovili e montagna/e oltre la corsa dei cani viaggeremo/la terra nel sonno midollo di paesi/un mietere fumi” (“mare nostrum”). Questa attenzione linguistica e iconica caratterizza fortemente la scrittura di Nadia Agustoni, e del resto: “una teoria è la casa/di cose fin troppo note/e di altre che filtrano i nostri passaggi:/il salto mortale della lingua/quel bisogno di scalare il buio.” (“labirinto”). Immagini e discorso che zumano talvolta all’unisono sul qui ed ora, alle radici del sentire, alle ragioni della disillusione: “è a nord/l’orfanità precisa di fiumane/musi cavati da utopia/santi-rimbaud appollaiati alle costole/dei veri santi” (“nord”); “io abito in una via di prati/col sole i muri e rifiuti di fabbriche/ed è giusto e ingiusto oscuro e chiaro/essere superflui negli occhi dell’altro” (“io abito in una via di prati”).

La poesia è talvolta calco di orme e transiti, buio raggelante di tunnel, referto di stati d’animo presenti e passati; e alcune parole, in particolare, echeggiano, rimbalzano tra i versi così come nella prima sezione della raccolta: “ho pensato/ che sempre la pianta/è rami e spiragli/e mai risana il proprio dolore/ma coincide,”; “ho avuto l’età che ogni giorno è nuovo/che t’importa e non t’importa del dolore e sai che non altro/c’è da sapere che non un chiarore all’alba…”; “ma a me il male è questo dolore quest’ora/in cui il ragno oscilla tra tela e parete e i muri/fino al soffitto costruiscono ombre”; “i morti aprono il dubbio dei nomi,/anch’io vivo dove l’ombra chiede pazienza”. Ma la poesia è anche apertura al chiarore del sogno: “credo al tempo chiaro delle case/penso che esistono cielo mare elementi/e nuoterò volerò avrò scampo dal vuoto/e in una forma di conchiglia metterò sabbia/vicino al falco – irrevocabile -/abdicherò un regno.”

Essere in questo mondo, ma non di questo mondo; stare oltre la piccola storia, diversa ed in fondo uguale nei millenni; per dirla con Pasternak, “così che alla fine/ci si attiri l’amore degli spazi”:

a finestre

non i vivi mi aspettano a finestre

ma l’abbondanza del tempo

quel disegno senza figure a dirmi

quale parabola di gigli

e uccelli nel campo mi porti.

*

Nadia AGUSTONI

Il peso di pianura

Lietocolle (2011) 

Savina Dolores MASSA sul Quaderno di Poiein

Nuscisquadernopoien

GRAZIE DI CUORE ALL'AMICA SCRITTICE SAVINA DOLORES MASSA PER IL SUO INTERVENTO SUL "QUADERNO DI POIEIN", PUBBLICATO NEL SUO BLOG

"ANA LA BALENA"!

Stefano GUGLIELMIN – C’è bufera dentro la madre

guglielmin_arcolaio

3.

capisce quando la vita svacca. ne sente il crepo destro

e il sinistro. cura per questo la piaga che è sua, salta di lato.

poi la sera, in groppa al leone che è stato, sfila la calma dal chiodo

la scuce, mentre dorme, una ventina di femmine gli stira le pieghe

gli alza il livello del mare.

8.

cura col maglio il rischio d’impresa e con metafore vive:

sangue che gira dove non sa, e cresce. annusa il tractatus

ci pesca un dedalo nuovo dove posare la pietra. dove pensare.

il meglio lo intaglia dal verbo, il peggio, dalla scatola

in cui semina vento. e nazione, se lievita male.

21.

la caccia grossa l’ama distesa sul piatto. tanti amici tordi

intorno, e l’animale spolpato. il re, la sua corte e il resto

del corpo cotto. fa festa a tutti, mangiando.

e mentre la tata sparecchia, lui regola i piani agli assessori

unge le buste ai tavoli.

22.

seduto sul suv squadra la sera, là dove la fabbrica chiude.

c’infila denari in quella diletta cruna e, di rado, un larvale

tormento: sugo di famiglia perbene, pensa, pasta contadina.

ci passa il pane, allora, l’asciuga. prepara la pista

ai quaranta ladroni.

24.

anche se vuota, la fabbrica pulsa. un affetto sconsolato

gli tocca la tasca, a vederla. padania, dice, è parola di falce

e valigia. cosa migrante. se dunque togli il foresto, aggiunge

resta un pieno di salute pura in città, un callo dove l’arido

abbaglia.

30.

dichiara una cosa per volta, come: qui io, oppure

ogni mia scelta, e: mai abbastanza guadagno, mai tremato

però. adesso che c’è bufera sin dentro la madre

qualcosa gli zoppica, tuttavia, sa che solo dormendo

può seguirne le tracce, capire quale piede manchi.

34.

se dalla luna, lui, portasse indietro un grammo di ragione

o il suo lume. se studiasse i modi finiti e infiniti di spinoza

e vi scavasse dentro una pozza di vita vera. se insabbiasse

il perno che lo lega alla pancia del denaro, se ogni tanto

si girasse come l’angelo di klee. se inorridisse.

37.

semina piombo intanto, ma non si vede. lo copre col bene comune

infatti, e un assegno sotto il tavolo: smussa gli angoli al naufragio

lasciando così i cocci ai ciechi. figli suoi e dei cosi

che lui chiama gente, tutta roba che parte per discariche e tombini.

quando passeggi, guarda altrove: le altre spose, gli orti…

39.

a proposito del sesso. e del frutto al petto suo denaro. a proposito

della ciliegina sulla tomba e dell’angelo che sfoca la sua foto.

a proposito di lui, che suona le parti e fa bottega, di lui, fratello,

e di me, a proposito di noi e della faccia che mette lui per me.

a proposito di questo, ora, torna indietro, e rileggi.

*

Stefano GUGLIELMIN

C’è bufera dentro la madre

L’arcolaio (Forlì, 2010)

Prefazione di Cristina Annino

L’ultima raccolta di Stefano Guglielmin (“C’è bufera dentro la madre” – L’arcolaio 2010) sembra tracciare, con occhio puntuto ed ironico, un tipo antropologico d’un luogo e di un tempo definito. Un perfetto paradigma di cui, con sapienti pennellate, ci viene indicata la morale (“lui regola i piani agli assessori/unge le buste ai tavoli.”; “c’infila denari in quella diletta cruna”; “se dunque togli il foresto, aggiunge/resta un pieno di salute pura in città, un callo dove l’arido/abbaglia.”; “semina piombo intanto, ma non si vede. lo copre col bene comune/infatti, e un assegno sotto il tavolo”), la postura “(seduto sul suv squadra la sera, là dove la fabbrica chiude.”; “dichiara una cosa per volta, come: qui io, oppure/ogni mia scelta, e: mai abbastanza guadagno, mai tremato/però.”), il cinismo (“il re, la sua corte e il resto/del corpo cotto. fa festa a tutti, mangiando.”; “smussa gli angoli al naufragio/lasciando così i cocci ai ciechi. figli suoi e dei cosi/che lui chiama gente, tutta roba che parte per discariche e tombini.”

Con distacco descrittivo Guglielmin ci mostra l’apparente normalità d’un paesaggio desolato, le sue vittime sacrificali, in filigrana, ed i suoi carnefici mentre si guardano intorno, con calma indifferenza, certi d’una dovuta buona sorte; ché è questione di stoffa, di selezione naturale, e mai, per questo, ci si deve dare per vinti, pur tra cadaveri di maestranze e di colleghi imprenditori, concorrenti. Il mondo è così, non può che essere così, e prima lo si comprende e meglio è, sembrano infatti dire.

Il poeta perviene a questi quadri concisi e omogenei, nella loro misura – lasse di cinque versi non lirici – con un lavoro accorto sulla lingua, la cui sintesi e concentrazione, come in un file compresso, esige l’attesa paziente della sua riespansione. Cristina Annino, nella sua prefazione, parla di “poesia percussiva che sottrae all’orizzonte spazio, creando invece un immaginabile tetto-limite-cornice contro cui le parole sbattono il loro significante per poi riabbassarsi; movimenti ripetuti e cortocircuitati che costituiscono la bufera semantica per l’effettiva bufera che Guglielmin sta mettendo in scena.”

*

Nota bio bibliografica

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (Vi). Laureato in filosofia, insegna presso il locale liceo artistico. Ha pubblicato le sillogi poetiche Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo “Fara”, 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006), il foglio d’arte Il frutto, forse (Arca Felice, 2008), Erosioni, in Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008) ed i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001), e Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009). E’ presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006) e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Gestisce il blog di poesia Blanc de ta nuque (www.golfedombre.blogspot.com  ). 

Pasquale VITAGLIANO su Il Quaderno di Poiein

Nuscisquadernopoien

RINGRAZIO DI CUORE PASQUALE VITAGLIANO PER IL SUO INTERVENTO SU TRANSITI, E ABELE LONGO PER AVERLO OSPITATO SU NEOBAR